ALTA MONTAGNA E PASCOLI
Quale impatto avranno sugli equilibri del sistema dei pascoli le aree in abbandono, la variazione del carico animale negli alpeggi e la diminuzione degli addetti nel settore?
POLITICHE AGRICOLE E ALPEGGI
di Mauro Bassignana
Figura 2. Tendenze di cambiamento della composizione floristica di pascoli d'alpeggio in relazione al modificarsi delle pratiche di fertilizzazione.Le condizioni e la realtà in cui si trovano ad operare le aziende agricole al giorno d'oggi non sono frutto del caso o di circostanze fortuite, ma il risultato di un disegno preciso dei pianificatori della politica agricola europea. Il più lucido interprete di questa linea di pensiero fu Sicco Mansholt, già Ministro dell'Agricoltura dei Paesi Bassi, commissario europeo dal 1958 al 1972, che prefigurò una razionalizzazione del panorama agricolo europeo. Nel suo Memorandum della Commissione sulla riforma dell'agricoltura nella CEE, pubblicato alla fine del 1968, proponeva un piano decennale di modernizzazione dell'agricoltura comunitaria fondato sulla riduzione della superficie agricola utilizzata (SAU), del numero di aziende agricole e degli addetti nel settore agricolo. Si proponeva anche l'abbattimento supplementare delle vacche da latte e la sostituzione graduale delle aziende agricole tradizionali con unità di produzione di tipo consortile e con imprese agricole moderne. L'obiettivo della politica agricola europea doveva essere un'agricoltura contraddistinta da aziende meno numerose ma di maggiori dimensioni, con una meccanizzazione spinta delle operazioni colturali, con riduzione delle spese di manodopera, allo scopo di conseguire importanti economie di scala, di aumentare le potenzialità produttive e le capacità concorrenziali, soprattutto grazie alla riduzione dei costi di produzione e quindi dei costi dei prodotti agricoli. Per contestualizzare tali proposte, occorre ricordare che, all'epoca, l'Europa non aveva ancora raggiunto l'autosufficienza alimentare, alla quale arriverà, almeno per quanto riguarda cereali, carne bovina, prodotti lattei e ortaggi, solo nel 1973.
Questa visione dei destini dell'agricoltura, fu suffragata dall'evoluzione del panorama agricolo nel corso dei decenni, sia a livello nazionale, sia a livello dell'arco alpino.

Figura 1. Ripartizione, per classe di carico animale, di un campione di alpeggi in Valle d'Aosta, 1904: 83 alpeggi, 1999: 276 alpeggi.Facendo il confronto tra i dati dei censimenti dell'agricoltura del 1961 e del 2000 in Valle d'Aosta (tabella 1), si osserva una diminuzione dell'80% del numero di allevamenti bovini e del 40% per quanto riguarda la superficie foraggera; il numero dei capi allevati, al contrario, è diminuito solo del 18%. Si è assistito, dunque, alla concentrazione dell'allevamento in un numero minore di stalle, ma di maggior consistenza unitaria. Contemporaneamente, anche l'incidenza degli addetti in agricoltura sul totale della popolazione attiva è diminuita in misura notevole, passando dal 26,7% del 1961 al 5,1% nel 2000.
Evidentemente, questi cambiamenti hanno avuto delle sensibili ripercussioni dal punto di vista della gestione aziendale e delle pratiche agricole adottate. La diminuzione della manodopera è stata, in parte, compensata dalla razionalizzazione degli impianti e dall'aumento del parco macchine, che ha riguardato tutte le operazioni colturali e dell'allevamento che potevano essere compiute con l'ausilio di mezzi meccanici e di attrezzature. Si pensi alla diffusione del sistema di stabulazione su grigliato, con produzione di liquame anziché di letame, o, alla diffusione degli impianti di mungitura, delle reti di irrigazione per aspersione a sostituzione dell'irrigazione per scorrimento, più onerosa in termini di risorse idriche e di manodopera. Per quanto riguarda la meccanizzazione delle operazioni di fienagione, raccolta e stoccaggio del fieno, però, essa è forzatamente limitata alle zone più facili e accessibili, mentre non può essere estesa alle situazioni più difficili. Ciò ha comportato la diminuzione dell'utilizzazione, se non l'abbandono vero e proprio, delle aree di più difficile accessibilità, soprattutto nella zona della mezza montagna.
Tabella 2.Una difforme distribuzione del carico animale si è verificata anche nell'utilizzazione degli alpeggi, con la diminuzione del numero delle mandrie monticate, la concentrazione delle vacche nelle aree più vicine alle stalle e l'estensificazione del pascolamento nelle aree più distanti, utilizzate preferibilmente da manze. Cent'anni fa, Malagodi segnalava 504 alpeggi utilizzati in Valle d'Aosta, per 83 dei quali forniva indicazioni sul carico, sulle condizioni generali, sulle produzioni. Ora gli alpeggi caricati sono circa 300, considerando sia quelli da latte, sia quelli pascolati da manze. In particolare, nel 1999 risultavano monticate circa 12.000 vacche da latte, 13.500 bovini giovani e poco più di 2.200 ovicaprini in 276 alpeggi aderenti al programma Alpicoltura del Regolamento CEE 2078/1992, corrispondenti a circa 20.500 Unità Bovino Adulto (UBA).
Confrontando le due fonti bibliografiche, si ha una certa difficoltà a riconoscere i toponimi utilizzati: ciò è possibile solo per 37 alpeggi, distribuiti nell'intera regione. Si può quindi confrontare la consistenza delle mandrie presenti nel 1904 con quelle presenti nel 1999 (tabella 2).
Nel campione preso a riferimento il carico unitario è leggermente diminuito, soprattutto per la sostituzione con manze di una cospicua quota delle vacche monticate un tempo. Allargando il confronto all'insieme degli alpeggi considerati, però, la differenza si riduce: il carico medio negli 83 alpeggi visitati dal Malagodi era di 72,9 UBA, mentre era di 74,2 UBA nei 276 alpeggi aderenti al programma Alpicoltura. Se osserviamo la ripartizione degli alpeggi per classe dimensionale (figura 1), prendendo in considerazione il carico animale, si osserva come la situazione non sia cambiata di molto nel corso del secolo, se si eccettuano una consistente contrazione delle mandrie più piccole ed un leggero aumento di quelle superiori ai 125 UBA.
Tabella 1.Le tendenze che si sono affermate nel corso dei decenni dunque, hanno portato alla diminuzione del numero degli alpeggi utilizzati, del numero dei capi allevati, della manodopera impiegata. Si segnala, inoltre, un'accelerazione del processo negli ultimi 10 anni: la superficie foraggera è diminuita mediamente di 650 ha l'anno dal 1961 al 1990, mentre negli anni '90 si sono persi 2500 ha di prati e pascoli ogni anno.
Il mutamento dell'utilizzazione del territorio è legato strettamente a profondi cambiamenti delle pratiche di gestione. La vegetazione dei pascoli alpini è influenzata dai fattori ambientali (topografici, pedologici e climatici), ma la sua composizione è anche fortemente condizionata dalle pratiche colturali. Esiste un processo spontaneo d'impoverimento del suolo, dovuto all'azione dilavante delle precipitazioni sul contenuto in sali minerali del suolo, che ne riduce la dotazione di nutrienti e ne aumenta l'acidità. Questo fenomeno è contrastato dalla fertilizzazione, che restituisce al suolo gli elementi dilavati e quelli assorbiti dalle radici delle piante e quindi asportati dagli erbivori. A parità di altri fattori, la modificazione delle pratiche gestionali può condurre, nell'arco di qualche decennio, ad un profondo cambiamento dell'associazione vegetale. L'effetto dell'abbandono delle pratiche di fertilizzazione è stato studiato da ricercatori francesi sulle Alpi del Nord ed è illustrato nella figura 2.

Bovine al pascolo nei pressi dell'Alpe Bonalé.I pascoli pingui, associati ad una costante restituzione di fertilità grazie alla fertirrigazione, degradano prima a pascoli medio valore, dominati dall'associazione Festuca-Agrostis, poi a pascoli magri, dominati da Nardus stricta. L'involuzione può portare al ritorno alla vegetazione preesistente all'utilizzazione pastorale: la landa a mirtilli, a rododendro o a ginepro o, ad altitudine inferiore al limite del bosco, al ritorno della vegetazione arborea. Questo stadio finale di degradazione si raggiunge quando la riduzione delle pratiche di fertilizzazione si accompagna ad una riduzione della pressione di pascolamento. Una condizione di sottoutilizzazione del pascolo, lasciando gli animali liberi di pascolare solo le migliori foraggere, sfavorisce queste specie e avvantaggia quelle meno gradite, che possono estendersi con maggiore facilità, degradando progressivamente il pascolo. La riduzione della frequentazione da parte degli animali, legata ad un carico insufficiente o all'abbandono del pascolo, non controlla più l'espansione della flora arbustiva e porta, infine, alla diffusione degli arbusti ed alla trasformazione del pascolo in landa. Poiché l'involuzione da pascolo pingue a landa richiede almeno 50 anni, soprattutto nei primi anni dopo l'abbandono delle pratiche di corretta gestione si ha un'ingannevole impressione di stabilità nella copertura erbacea. Uno squilibrio nutrizionale si verifica anche in condizioni di pascolamento intensivo di settori di pascolo, sui quali non si provvede ad un'adeguata restituzione di fertilità: nelle zone sottoposte a questo regime di utilizzazione si osserva un'involuzione della cotica erbosa a vantaggio di formazioni erbacee, quali i nardeti, tipiche dei suoli impoveriti ed acidificati.
   
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