RRITORIO E IMPRESA
La scuola รจ una sorta di agenzia culturale. Le agenzie culturali presenti sul territorio fanno parte del territorio stesso e quindi possono rappresentare, al pari di quelle economiche, punti di riferimento privilegiati per la conoscenza e la strutturazione di un pensiero territoriale.
SCUOLA E TERRITORIO
di Bruno Fracasso
Sembrerebbe un connubio inevitabile quello tra scuola e territorio. La scuola dovrebbe essere quella che prepara i futuri abitanti, utilizzatori, gestori del territorio su cui insiste. Eppure non è sempre così. L’attenzione al territorio e alle sue potenzialità è stata sviluppata teoricamente in tempi piuttosto recenti.
In Valle d’Aosta, dove l’autonomia politica e amministrativa ha permesso la “difesa” delle realtà locali, si è operato affinché il territorio potesse diventare il centro motore dell’attività scolastica e, al tempo stesso, perché l’attività scolastica diventasse un polo di conoscenza e diffusione delle realtà e contribuisse a contenere lo svuotamento dei territori più disagiati quali quelli situati nelle vallate laterali.

La scuola come tutela dell’ambiente e del territorio

L’ambiente si è lungamente appoggiato alla scuola per mantenere alcune radici ben attaccate al terreno sul quale la scuola insisteva. C’è l’errata convinzione che la scuola possa essere l’ente che può risolvere le difficoltà sociali attraverso un’educazione precoce. Se, in assoluto, questo non è possibile, lo è però almeno in parte. È, infatti, attraverso quest’agenzia educativa che è possibile creare un primo punto di contatti tra i futuri abitanti del territorio e il territorio stesso.
Ma se si pensasse che la non chiusura delle scuole di montagna possa evitare lo spopolamento dei paesi in testata di Valle si fornirebbe solo un alibi facile per non operare oltre. Eppure questa è stata a lungo la bandiera di chi voleva frenare la discesa a Valle e la dissoluzione di realtà che, prima dell’avvento del turismo, sembrava inevitabile.
Questo lodevole tentativo ha impegnato per lunghi anni l’amministrazione regionale. La lotta per non fare chiudere le piccole scuole di paese, paventando una fuga dei genitori verso i fondovalle per evitare ai ragazzi la scomodità di spostamenti faticosi sempre, ma particolarmente in inverno quando neve e ghiaccio intralciavano la circolazione dei veicoli, ha dovuto passare la mano a quella della creazione di generali condizioni di vita migliori. Certo, è risultato difficile convincere i genitori a rimanere nelle Valli quando i loro figli erano costretti a spostarsi tutti i giorni per frequentare la scuola.
Tuttavia, il mantenere scuole di montagna, lo strutturare la legislazione scolastica in modo da rendere possibile l’esistenza delle piccole realtà ha ricoperto, per lungo tempo, un ruolo di presidio e di salvaguardia, seppur provvisoria, di queste realtà. E questo malgrado il legislatore nazionale tenda ad emanare delle norme basandole sul territorio urbano piuttosto che su quello multiforme delle realtà locali. Per questo, sovente, vengono imposte concentrazioni o numeri di alunni per Istituzione scolastica non sono adeguati a territori montagnosi o disagiati. Per questo, è stata salutata positivamente la legge sull’autonomia scolastica con la quale è possibile costruire un scuola più vicina ai bisogni del territorio.
Per qualche tempo anche in Valle si è data la priorità alla costituzione di grandi classi concentrate nel fondo Valle. Con la nuova scuola media, questa tendenza si è fortunatamente affievolita e con l’Autonomia scolastica in quasi tutte le Istituzioni scolastica è stata creata una scuola secondaria di primo grado. Nella scuola primaria, la chiusura delle scuole di montagna, che ha visto una fase di massicci consolidamenti, sembra attenuarsi.

La scuola centro di elaborazione culturale

Perché allora mantenere le scuole ancorate anche fisicamente al territorio?
Perché la scuola è un’agenzia culturale. Le agenzie culturali presenti sul territorio fanno parte del territorio stesso e quindi possono rappresentare, al pari di quelle economiche, punti di riferimento privilegiati per la conoscenza e la strutturazione di un pensiero territoriale. Gli studenti devono poter imparare a leggere il territorio sul quale vivono e dovranno operare analizzandone le potenzialità sia in termini di prospettiva che di risorse già presenti. Ecco ribadita la necessità che la scuola, studiando il territorio stesso ne metta in evidenza le potenzialità e le strutture. Strumenti quali il “Fond Valdôtain” possono rappresentare una risorsa unica per conoscere la cultura territoriale valdostana. La biblioteca regionale, le biblioteche comunali e consortili, gli archivi regionali, comunali, parrocchiali, i castelli, il museo archeologico regionale, i vari musei etnografici, tutto questo è un patrimonio territoriale che non solo è necessario conoscere, ma anche saper utilizzare, oserei dire sfruttare per ampliare la conoscenza e, più ancora, per imparare a trovare. E, se al termine cultura si dà la giusta ampiezza, a queste strutture si possono affiancare tutte le strutture economiche e amministrative che hanno contribuito a strutturare e modificare il territorio nel quale viviamo.
Se la scuola vuole continuare ad essere un centro di elaborazione culturale, non può non “contattare” il territorio con gli strumenti che le sono propri: l’analisi e la sintesi. Si tratta di strumenti di conoscenza, di proiezione e di crescita individuale e collettiva. La storia del territorio, lo studio dell’ambiente geografico, la situazione antropologica, l’etnologia sono tutte branche della scienza che hanno nel terreno la loro ragione di essere. Nessun pensiero teorico può esistere se separato dal contesto territoriale in cui è nato e si è sviluppato.
Per questo è necessario che l’insegnamento impartito poggi le sue basi su concrete proposte territoriali. Partire dalla realtà in cui si vive è un imperativo che i programmi scolastici, in particolare i programmi scolastici valdostani, mettono al centro dell’apprendimento.
E se bisogna porre prudenza a non circoscrivere troppo il campo di conoscenza restringendola alla sola nostra Valle, si deve tuttavia tenere conto che si apprende per appoggio su conoscenze pregresse e quindi la conoscenza del locale, se acquisita in maniera profonda, attenta e non limitante, può fornire mille agganci per appendervi i saperi successivi.

Una relazione forte

La relazione scuola/ambiente deve essere una relazione forte basata su forti contenuti, ma anche forti motivazioni. Gli scopi di conservazione, salvaguardia, sviluppo, diffusione, conoscenza sono altrettante molle che possono spingere un insegnante verso la predisposizione di percorsi didattici in grado di mettere in luce specificità territoriali.
Basti pensare al ruolo che ha, può e deve ricoprire la scuola per la salvaguardia del patrimonio linguistico locale. Si tratta di una specificità del territorio che ha avuto proprio nella scuola il suo baluardo e il suo punto di aggancio. Un ruolo che il legislatore locale ha talmente considerato importante tanto da inserire negli adattamenti della legge di riforma nazionale della scuola del 2005 (la riforma Moratti o Bertagna), la possibilità di salvaguardare l’utilizzo come lingua veicolare non solo del francese, ma addirittura del patois. Questo sguardo sul territorio linguistico, che si esplicita anche in altre attenzioni quali quella della creazione del Brel o del Concours Cerlogne, permette di tenere alta l’attenzione, magari anche la critica, sull’utilizzo delle potenzialità offerte dal territorio.
Ma il territorio è molto di più della sola lingua. È storia, è cultura, è economia, è antropologia. Ci sono migliaia di forti punti di partenza ai quali appoggiarsi per far “vivere”, scolasticamente parlando, il territorio ai ragazzi per creare delle forti relazioni.
Alcuni percorsi strutturati dai docenti hanno avuto proprio in questa attenzione il loro punto forte e la loro capacità di ancoraggio alla realtà. Ormai la scuola deve lottare con l’immaterialità della conoscenza. Una volta erano i libri a veicolare le conoscenze e a fissarle nel concreto. Oggi la reperibilità delle informazioni è su internet. Così queste si volatilizzano e scompaiono velocemente. Se il punto di riferimento primo, però, è fortemente ancorato nella coscienza e nella conoscenza individuale queste hanno molte più possibilità di permanere.
Il territorio valdostano, per quanto piccolo e apparentemente uniforme, offre una gamma immensa di possibilità di studio e di analisi a tutti i livelli scolastici. Ben vengano allora le scuole professionalizzanti quando partono da esigenze territoriale, ma anche solamente i progetti di studio che vogliono analizzare capacità e ricchezze del territorio.
Per fare questo però è necessario che ci sia comunicazione tra scuola e mondo del lavoro pur non facendoli dipendere l’uno dall’altra. Ognuno deve vivere una sua indipendenza per rispondere al compito che gli è stato assegnato. La comunicazione deve servire perché nuove professionalità create e nuove risorse umane offerte al territorio non vadano disperse e “sprecate”. Per essere paradossali, inutile pensare a scuole che preparino capitani di lungo corso perché inutili alla nostra cultura territoriale. Dobbiamo operare sia nella creazione delle Istituzioni scolastiche sia nei singoli progetti di classe affinché i migliori tecnici che creiamo restino ad utilizzare sul nostro territorio le loro competenze. È per questo che scuola e impresa, società e amministrazione si devono parlare e devono parlare tra di loro di territorio e questo deve diventare una regola anzi la normalità.
Proprio per questo motivo l’ancora giovane Università della Valle d’Aosta dovrà porre la massima attenzione nel procedere, su un territorio occupazionalmente fragile, alla creazione di un gran numero di figure professionali aventi le stesse competenze. La diversificazione degli interventi, delle modalità di conoscere e di studiare il territorio devono necessariamente ispirare la creazione dei corsi di laurea adeguate al territorio e alle necessità che presenta.

La scuola che forma una coscienza territoriale

È ormai dato per certo dagli psicopedagogisti che si conosce il mondo esterno per contrapposizione o per analogia. Tutti concordano nel dire che il bambino, fin dai primi giorni di vita costruisce il mondo esterno contrapponendolo al sé o per analogia al sé. La mamma è il primo “non io” che il bambino conosce.
Analogamente, i ragazzi in età scolare, per arrivare a capire il Mondo che li circonda, devono innanzitutto conoscere il mondo che hanno attorno. Insomma, per costruire un’immagine di sé completa e in grado di poterli fare vivere agevolmente nell’ambiente globalizzato è indispensabile che abbiano una chiara e precisa immagine dell’ambiente vicino. Per questo è importante che la scuola parta, nel costruire le conoscenze degli alunni, dal suo vicino, dall’immediatamente conoscibile, dalla possibilità di toccare, vedere, manipolare, cambiare.
Sono tutte operazioni che il Mondo (quello esterno e lontano, raggiungibile magari solo tramite internet) non permette perché immateriale e incapace di fornire stimoli sufficienti ed adeguati. Se si arriva a “maneggiare” con accuratezza, competenza, saggezza il proprio ambiente è possibile agire con le stesse attenzioni anche sull’ambiente più grande. Ma per fare questo è necessario che la scuola strutturi dei percorsi che offrano al bambino gli strumenti di conoscenza adeguati. Il bambino deve poter essere capace di analisi critica dell’ambiente, deve saper capirne le risorse, immaginare le conseguenze derivanti da un uso smodato o poco corretto delle risorse ambientali, deve poter comprendere che la popolazione di un certo ambiente deve poter vivere in quello stesso ambiente in una sintesi armoniosa con l’ambiente stesso per non cannibalizzarlo né esserne cannibalizzata. Sono questi i temi che la scuola può affrontare senza la pretesa di essere esaustiva, ma con il solo intento di avviare una coscienza critica.
E se questo è importante per un bambino, lo è ancora di più per gli adolescenti che posseggono degli strumenti di conoscenza e di comprensione superiori a quelli dei bambini. Che senso ha parlare di grandi problemi dell’economia mondiale senza saperli rapportare a quelli del nostro territorio? Nel formare il futuro cittadino valdostano è indispensabile che questo conosca ciò che la sua terra può produrre, la pressione di sfruttamento che può sopportare, le possibili aree di sfruttamento.
Insomma, il compito della scuola non è solo quello di farne un conoscitore, ma un conoscitore cosciente, in grado di prendere decisioni che possono risultare anche fondamentali. Ci si deve preparare secondo due ottiche: la preparazione mentale-culturale e la preparazione tecnica. È su questi due campi che si gioca la sfida del futuro per conservare le nostre caratteristiche territoriali.
   
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