RISORSA ACQUA
Il clima sta davvero cambiando? E quali ne sono le cause? Le teorie sono diverse, ma non ci esonerano dal prendere la nostra parte di responsabilità.
LE STAGIONI DI UNA VOLTA…
di Micole Trucco
Cascata di Lillaz (foto concorso di Angelo Safina).Storicamente Talete fu il primo ad individuare nell'acqua il principio di tutte le cose. Un'idea, la sua, che traeva spunto dal primato in natura di quest'elemento sugli altri, dall'osservazione concreta che l'acqua è il "nutrimento di ogni cosa" e dall'attenta analisi di civiltà come quella egizia che basavano la loro intera esistenza sull'elemento liquido. Da sempre quindi l'uomo ha considerato l'acqua come sorgente della vita ed essa ha costituito il centro dell'attenzione degli scienziati nell'avvicendarsi delle varie epoche. Oggi il discorso sull'acqua, ribattezzata anche "l'oro blu del XXI secolo", si fa di sempre più bruciante e amara attualità.
Le recenti variazioni climatiche e ambientali sembrano aver assegnato all'acqua un ruolo più nemico che amico, e ne mettono a repentaglio la reperibilità per gli usi umani. Sembra strano: la quantità d'acqua in natura è sempre la stessa, come può diminuirne la disponibilità? Oggigiorno, tuttavia, non solo si ha difficoltà a trovare questo liquido e a soddisfare quindi le esigenze antropiche, ma esso sembra essere diventato una vera e propria forza che si abbatte sull'uomo con una furia inaspettata, lasciandosi dietro immense devastazioni e provocando anche perdite di vite umane. L'acqua viene così ad essere la causa di un duplice problema. E tutto questo succede proprio nel momento in cui anche le stagioni stesse sembrano non essere più ben distinte tra di loro, con l'attenuarsi dei due periodi di transizione fra l'estate e l'inverno. Tutto questo provoca una serie di problemi.
Per guadagnarsi il proprio spazio vitale sulla terra, il genere umano ha imparato nel corso dei secoli ad adattarsi al variare delle stagioni. Anno dopo anno, i popoli hanno seminato e raccolto le messi, hanno allevato animali, allestito imbarcazioni da pesca e programmato spedizioni di caccia seguendo scadenze annuali ben definite. Secoli di tradizioni basate sull'alternanza delle stagioni hanno condizionato e condizionano ancor oggi il modo in cui programmiamo il corso della nostra vita. Non sempre, però, il cambio delle stagioni è regolare e puntuale come un orologio. Oggi lo è sempre meno. Allora, alla base di tutte queste inequivocabili anomalie climatiche, mai così accentuate nel corso degli ultimi secoli, cosa c'è? Un'azione incontrollata dell'uomo sui meccanismi che regolano gli equilibri dell'ecosistema terra, o cause naturali destinate a ripetersi nel corso delle epoche secondo una loro ciclicità? Le più importanti spiegazioni che sono state fornite al riguardo sono due e di natura diversa.

Alcuni scienziati ritengono che il clima stia cambiando a causa dell'immissione annua nell'atmosfera di sette miliardi di tonnellate di carbonio, derivante dalla combustione di prodotti fossili, e dalla distruzione delle grandi foreste equatoriali; questo cambiamento sarebbe la causa di catastrofiche siccità e quindi di carenze idriche nella stagione estiva. L'attenzione di questi scienziati non è però rivolta solo ed esclusivamente all'anidride carbonica, ma anche a tutti quei gas che vengono immessi artificialmente in atmosfera e che possono intervenire significativamente sull'effetto serra, riducendo progressivamente la perdita di energia termica dalla terra verso lo spazio e facendo di conseguenza incrementare la temperatura dell'aria. Neanche la stagione autunnale verrebbe però risparmiata dagli effetti delle variazioni climatiche: da qualche anno l'autunno è diventato simbolo di grandi catastrofi ambientali. Alluvioni devastanti, frane, smottamenti e tracimazioni di fiumi imperversano ad ogni latitudine. Le tempeste sono più violente in tutto il mondo: uragani alternati a periodi di siccità colpiscono in modo particolare il sud-est asiatico, dove il ritmo annuale delle piogge monsoniche, piuttosto regolare fino a poco tempo fa, ha organizzato per secoli la vita di miliardi di persone.

Altri scienziati invece sostengono che bisogna tener presente che le variazioni climatiche sono eventi naturali e ciclici che nel corso delle varie epoche storiche hanno sempre accompagnato la vita del nostro pianeta. Del resto la storia stessa del pianeta terra dà adito a questa ipotesi: le ere glaciali del pleistocene ne sarebbero un esempio. I ghiacciai, in fasi successive di espansione e di ritiro, hanno modificato la morfologia della crosta terrestre ed hanno indotto degli effetti sul regime delle precipitazioni. Tra le numerose cause naturali che hanno inciso sulle vicende climatiche verificatesi nell'arco di migliaia di anni c'è anche il Sole, il cui potere di emissione cambia nel tempo determinando possibili variazioni di insolazione della Terra. Recentemente si è scoperto che anche i vulcani con le loro eruzioni non soltanto attenuano la radiazione solare che arriva sulla terra, ma contribuiscono anche alla distruzione della fascia d'ozono che ci protegge dalle radiazioni più pericolose. Infatti l'enorme massa di polveri vulcaniche origina, negli strati più elevati dell'atmosfera, processi chimici simili a quelli provocati dai clorofluorocarburi (CFC). In questo equilibrio, dove tutto avviene naturalmente, l'incidenza dell'uomo con le sue emissioni di CO2 nell'atmosfera sarebbe di appena un 6,7%: una percentuale troppo bassa per essere da sola alla base delle bizzarrie e delle anomalie climatiche, ma che può solo rappresentare uno dei tanti fattori concomitanti. Bisogna di conseguenza trovare un'altra spiegazione. Il capro espiatorio utilizzato per giustificare la maggior parte degli strani eventi meteorologici degli ultimi anni è senz'altro El Niño. Si tratta di un fenomeno meteo-oceanografico denominato poeticamente così, "il Bambino", dalle popolazioni rivierasche di lingua spagnola poiché esso comincia a manifestarsi chiaramente durante il periodo natalizio. Ad esso, in termini di impatto climatico, sono state attribuite parecchie catastrofi ambientali tra cui si possono annoverare le inondazioni in Somalia del novembre 1997, la morte delle foche in California, le piogge alluvionali sulle coste occidentali americane, gli uragani più frequenti ma soprattutto più violenti lungo le coste della Florida e anche l'estate più calda del secolo scorso in Italia.
El Niño innesca una serie di meccanismi dinamici e termodinamici che inducono un anomalo riscaldamento della superficie marina su di una regione oceanica equatoriale di vastissime dimensioni. Parte di questo calore oceanico viene ceduto all'atmosfera sovrastante e col passare del tempo si innesca una temporanea variazione naturale del clima in grado di produrre situazioni meteorologiche anomale, spesso avverse, perfino nel Mediterraneo. Si tratta di un fenomeno ben noto ai pescatori peruviani ed equadoregni: in presenza del Niño la pesca delle acciughe, che costituisce una delle principali risorse economiche di questi paesi, subisce un vero e proprio tracollo poiché la scomparsa del plancton, che non sopravvive alle temperature più alte, costringe i banchi di pesce a spostarsi verso acque più fredde. Il Niño non ha mai avuto una periodicità regolare; tuttavia fino ad alcuni decenni fa il fenomeno si presentava ogni 4-5 anni mediamente e si caratterizzava per l'aumento di pochi gradi delle temperatura superficiale dell'acqua. Da quando però i rilevamenti scientifici si sono fatti più sistematici e continui nel tempo, la frequenza del fenomeno non solo sembra aver avuto un incremento, ma sembra anche aver perso la caratteristica di presentarsi esclusivamente nel periodo natalizio. Di recente l'attenzione degli studiosi è stata anche attirata da un processo più raro, ma comunque di notevole interesse: il forte raffreddamento della superficie dell'Oceano Pacifico. Poiché tale evento ha caratteristiche diametralmente opposte a quelle del Niño è stato, ironicamente, definito la "Niña". Anche la Niña ha ripercussioni planetarie e sembrerebbe essere la causa scatenante delle intense siccità che si stanno verificando nel bacino del Mediterraneo.
Questi due fenomeni sembrano spiegare le due attuali tendenze: caldo e secco nelle stagioni più calde e temporali e piogge nel periodo autunnale, che sarebbero causa delle odierne difficoltà a soddisfare le esigenze idriche da un lato e dall'altro della concentrazione delle precipitazioni, tali da assumere carattere alluvionale; fenomeni in grado di ripercuotersi sui raccolti delle aziende agricole, specialmente su quelle impostate su principi di monocoltura, e di causare una perdita di produttività dei suoli che può portare ad una regressione della qualità della vita. El Niño e la Niña sembrano essere diventati gli spauracchi del nuovo millennio. Ma non potrebbe essere che questi due fenomeni siano diventati anche lo schermo e il paravento dietro al quale noi uomini nascondiamo le nostre malefatte sull'ambiente, alleggerendo così le nostre responsabilità e cercando di autoconvincerci che la nostra azione sull'ecosistema non possa determinare delle modificazioni irreversibili?
In definitiva i risultati degli studi condotti dai principali centri di variazione sul clima mettono in evidenza i sintomi di un cambiamento a scala globale, che per la velocità con cui potrebbe avvenire descrive scenari molto preoccupanti per l'umanità intera. A fronte di questo quadro è chiaro che l'azione dell'uomo, anche se difficilmente valutabile in termini numerici, gioca un ruolo importante, in quanto è l'unica cosa che possiamo effettivamente modificare per contrastare queste variazioni metereologiche. I recenti dati sulla diminuzione del "buco nell'ozono" da quando sono stati banditi i clorofluorocarburi ci confortano sulla effettiva possibilità di rimediare ai danni inflitti all'ambiente. D'altronde fenomeni come la "grande nube gialla" che ormai sovrasta tutto il sud-est asiatico ci rendono chiara la responsabilità di un mondo basato su uno sviluppo che è soltanto consumo e usura dell'ambiente naturale, a danno di tutti. Con cinismo, qualcuno vede gli effetti di autodistruzione di questo processo come la peste manzoniana, attribuendo loro un possibile significato di feed-back di autoregolazione della popolazione mondiale in rapporto alle risorse disponibili. Ma questa ipotesi di sacrificio collettivo si basa per lo più sull'idea inconscia di noi popoli più "progrediti" che a morire siano sempre "gli altri", i più poveri. Oggi ci rendiamo conto che non è così, e che ognuno in tutto il mondo corre lo stesso rischio. Diventa perciò un impegno personale, da parte di ciascuno di noi come cittadino del mondo, contribuire per quanto è nella sua possibilità ad assumere responsabilmente ogni misura per limitare i consumi di combustibili fossili, orientandosi non solo all'uso di energia pulita, ma anche alla limitazione dei consumi e alla scelta di prodotti i cui processi di produzione abbiano ottenuto una certificazione ambientale. Per salvare l'acqua, per salvare la vita.

   
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