Gran Paradis
Gran parte del territorio della Comunità Grand Paradis è occupato dal Parco Nazionale omonimo. Ce ne parla il suo attuale direttore.
IL PARCO NAZIONALE DEL GRAN PARADISO
di MICHELE OTTINO
Il Gran Paradiso.“Sopra di noi, maestose, si innalzavano le stupende montagne del Gran Paradiso, che limitano la valle di Cogne sul versante opposto, e le loro cime, ammantate superbamente di nevi e ghiacciai, offrivano un magnifico spettacolo di paesaggio alpino”.
Così nel 1838 l’artista e viaggiatore inglese William Brockedon, descriveva il massiccio nella Guida Murray, catturando nelle sue incisioni la superba immagine del più alto 4000 interamente italiano. In una di queste campeggia, come un essere imperiale, la sagoma di uno stambecco, uno dei poco più di cento ancora presenti su tutte le Alpi.
Al di sotto ed attorno alla “grande parete” – questa sembrerebbe la corretta interpretazione dell’etimo “Gran Paradiso” - un anello di pascoli ricchi di specie colorate ed endemiche sovrasta fitti boschi di larice, abete rosso e pino cembro, fa da cornice ad un ambiente insieme severo ed affascinante.
Anche il giovane Vittorio Emanuele II, nel 1841 non ancora Re d’Italia, affacciatosi al cospetto delle vette e dei ghiacciai, nel corso di una delle sue peregrinazioni alla ricerca di selvaggina, “restò stregato per tutta la vita da quelle grandiose montagne e dalla loro fauna selvatica”, fondandovi nel 1855 una vasta riserva di caccia, che ebbe il merito di contribuire alla salvezza dell’ultimo nucleo di Stambecco alpino (Capra ibex ibex L.) rimasto sulle Alpi. In sessanta anni la riserva si arricchì di sette case di caccia, di una rete di mulattiere reali lunga trecento chilometri e del Corpo delle guardie reali di caccia. Nel 1919 il nipote Vittorio Emanuele III cedeva le sue cacce della regione e le sue terre al Governo, per l’istituzione di un Parco che dovette attendere ancora tre anni per vedere la luce, il 3 dicembre 1922, primo tra i parchi nazionali storici della nostra nazione. Oggi il Gran Paradiso forma, con il confinante Parc National de la Vanoise, con cui sono saldi i rapporti di scambio e collaborazione, l'area protetta più vasta dell’Europa occidentale.
Le baite di Valmianaz in Valnontey.Il Parco Nazionale Gran Paradiso ha dunque rappresentato l'estremo rifugio per lo Stambecco sulle Alpi, ha salvato questa specie dall’ estinzione e ha contribuito a reintrodurlo sulle Alpi. Oggi ospita una fauna ricca e varia e rappresenta un luogo eccezionale per l’osservazione di animali in condizioni di assoluta naturalità e per la conduzione di ricerche scientifiche in condizioni di vera wilderness. Tuttavia l'area protetta non è un luogo disabitato: i caratteristici villaggi ed i pascoli alpini che occupano le montagne testimoniano una lunga storia di civiltà pastorale, dall’Ottocento fortemente legata alle visite estive del monarca, la cui prodigalità nei confronti delle popolazioni locali riverbera ancora oggi per alcuni un fascino ed una larvata nostalgia. Le parole del Senatore Anselmi, primo Presidente, ci restituiscono il clima dei primi momenti della nascita del Parco: “Sul finire dell’estate del 1919 una voce, che molti giudicarono strana, e che parve ai valligiani dell’alto Piemonte di una inverosimiglianza enorme, si sparse. Era la notizia che il Re cedeva le Sue cacce della regione e le Sue terre al Governo, per la istituzione di un Parco Nazionale.” “Ed in suo luogo sarebbe invece venuto il Governo che avrebbe imposto chi sa quali limiti e tasse e fatto un Parco.” Rispetto a questa diffidenza per una istituzione nuova, sconosciuta, di sapore statalistico, non ci deve stupire il fatto che Parco e comunità locale si siano guardati con diffidenza fin dai primi momenti, tanto più che il Corpo Reale delle Foreste, in cui erano confluiti molti dei locali guardia caccia reali, venne sostituito nel 1933 dalla Milizia Nazionale Forestale, mentre tutta la gestione amministrativa e tecnica fu affidata alla Azienda di Stato per le Foreste Demaniali con riunioni della Commissione consultiva nientemeno che a Roma!

Rinascita e conflitti
La rinascita del Parco nel 1947, grazie anche alla infaticabile azione di Renzo Videsott, primo direttore, salverà lo Stambecco dal nuovo rischio di estinzione (la gestione della Milizia forestale prima e la seconda guerra mondiale poi, causarono il crollo da 4000 a poco più di 400 esemplari) e garantirà il risorgere del Parco in un clima che diventerà tuttavia esplosivo con il nuovo allargamento del territorio protetto, conseguente al Decreto Pertini del 1979: un attentato ad un traliccio dell’ENEL, candelotti di dinamite fatti esplodere contro un casotto delle guardie, gomme tagliate alle auto delle guardie, ricorsi e vertenze giudiziarie, ci restituiscono un clima di vera e propria repulsione per l’istituzione.

Tempi nuovi
Eriofori in fiore.È da questo momento, culminato con la nuova legge quadro nazionale del 1991, che nasce una nuova attenzione alla protezione della natura, integrata con lo sviluppo economico sostenibile. La stessa questione dei confini, che ha avvelenato per più di ottanta anni i rapporti tra Parco e comunità locale, è confluita negli ultimi anni in un pacato ragionamento all’insegna del principio della compensazione tra zone che escono dall’area protetta (villaggi, zone antropizzate, infrastrutture) con altre che vi vengono aggiunte (boschi, torbiere, aree di significativo valore paesaggistico e culturale). Questo principio ha portato ad una soluzione condivisa, esitata nel recente Decreto del Presidente della Repubblica 27 maggio 2009, che sancisce una modesta riduzione del Parco Nazionale (pari a circa 47 ettari, un quadrato di 680 m di lato, lo 0,07 % dell’intera area protetta), ma comporta un aumento del territorio tutelato. Infatti 153 ettari sono passati al confinante Parco Regionale del Mont Avic e mantengono lo status di Zona di Protezione Speciale per gli Uccelli e Sito di Importanza Comunitaria. Grazie ad alcuni Sindaci pionieri, che misero a disposizione strutture comunali, furono istituiti i primi centri visitatori. Oggi non solo la rete si è arricchita di nove centri su temi naturalistici (Homo et ibex, Le forme del Paesaggio, Il Camoscio, Il Gipeto, I preziosi predatori, Tutelattiva), ed etnografici (“Vecchi e nuovi mestieri delle valli”, la “Fucina da Rame”, la “Mostra della cultura e delle tradizioni religiose”), di un giardino alpino botanico con collezione petrografica e giardino delle farfalle, di due esposizioni permanenti, di una antica scuola di montagna restaurata e di sei percorsi natura, ma sono nate le guide del Parco e l’Ente gestisce diverse attività ricreative, culturali, scientifiche e sportive. La nuova struttura della Officina di attività ambientali “La stambeccaia”, recentemente inaugurata a Cogne, è specificatamente destinata all’educazione ambientale ed alla divulgazione scientifica e culturale pur mantenendo dei locali annessi per la gestione sanitaria della fauna selvatica. Infatti uno degli scopi prioritari del Parco è l'educazione del pubblico verso un modo nuovo di fruire l’ambiente; per raggiungerlo sono stati creati programmi didattici per le scuole, attività estive, un centro di educazione ambientale, libri, pubblicazioni ed altri strumenti educativi per far comprendere le complesse interazioni esistenti in un mondo ed una natura impareggiabili. Da alcuni anni la gestione di alcune strutture non è più esclusiva dell’ente di gestione dell’area protetta. La Valle d’Aosta ha istituito una fondazione, la Stambecchi in combattimento con lo sfondo della cascata del Torrente Goletta (Rhêmes).“Fondation Grand Paradis”, cui il Parco ha aderito quale socio, con regione ed enti locali, che ha il compito di promuovere la valorizzazione dei comuni valdostani interessati dal Parco, di gestire il turismo naturalistico, strutture del parco e di altri enti pubblici, come giardini alpini, musei, castelli, esposizioni temporanee e centri congressi. In tal modo, oltre ad aver trovato un valido aiuto per la gestione, un partner con cui lavorare per rendere migliore il nostro territorio investendovi energie lavorative e finanziarie, idee e buona volontà, è stato anche realizzato l’obiettivo di avere una compartecipazione alla spesa per la gestione. Lo stesso meccanismo di Governance ha improntato uno dei progetti più riusciti del parco, la regolamentazione del traffico sulla strada provinciale del Nivolet, che pur sviluppandosi sul territorio piemontese, ha necessariamente coinvolto la Valsavarenche, dove insistono il colle e due rifugi. Fino al 2002 ai ciclisti e agli escursionisti valdostani giunti a fatica ai 2600 metri dell’omonimo colle si presentava lo spettacolo delle lamiere di mille auto parcheggiate, sovrapposte alle distese dei pascoli, ai profili delle montagne, ai numerosi laghetti e zone umide. Nel 2003 si è arrivati ad un accordo consensuale con le comunità locali di Valsavarenche, Ceresole Reale, la Provincia di Torino, la Regione Valle d’Aosta. Grazie al supporto finanziario della Regione Piemonte, sono stati avviati la chiusura domenicale della strada, l’istituzione di un servizio di bus navetta, il lancio di “A piedi tra le nuvole”, un programma fitto di eventi e iniziative che propone ogni domenica un tema diverso, dallo sport per tutti alla vita d'alpeggio, ai vecchi e nuovi mestieri, al lavoro del guardaparco, alla ricerca scientifica, ai suoni, colori e sapori del parco. Consentendo così ai turisti la riscoperta del paesaggio e della cultura locale in condizioni di naturale tranquillità, nell’ottica di portare il pubblico ad una fruizione più consapevole e attenta del territorio e di favorire il rilancio turistico e quindi economico di queste valli. In questa iniziativa sono stati coinvolti gli operatori locali, chiamati a gestire in prima persona, con piccoli contributi, le iniziative, in modo da farle percepire come “cosa loro”, da promuovere attivamente e consapevolmente. È stata una grande soddisfazione vedere riconosciuto questo impegno con l’attribuzione del 3° premio nazionale “Go Slow - Co.Mo.Do. 2009”, dedicato alle reti di mobilità dolce realizzate dalle pubbliche amministrazioni “per aver introdotto, per la prima volta in Italia, un diverso e sostenibile utilizzo di una infrastruttura stradale in un’area protetta attraverso un’accessibilità regolata con mezzi a basso o nullo impatto”. Ha ritrovato così la giusta cornice uno dei più interessanti altopiani delle Alpi, vero gioiello dell’area protetta, che si sviluppa su oltre sei chilometri di lunghezza, tutti in territorio valdostano. Iniziative di valorizzazione dei prodotti tipici locali, promozione dei ristoranti aderenti al progetto “Sapori del Nivolet”, lancio di un concorso per la miglior torta creata con prodotti dei luoghi (che ha sortito l’effetto della nascita di un nuovo prodotto dolciario, commercializzato in decine di migliaia di esemplari), sono serviti da prodromo per la creazione di un marchio collettivo di qualità dello Spazio Gran Paradiso, per i settori turistico – ricettivo, agroalimentare tipico, artigianato tipico, che sta muovendo i suoi primi passi.

Una natura più ricca, ma da studiare e controllare
I casolari dell’Herbetet, in Valnontey.Negli ultimi venti anni la fauna del Parco si è arricchita di nuove presenze; sono tornati spontaneamente il Capriolo, il Gipeto, la Lince e più recentemente, seppure con molte più polemiche al seguito, il Lupo. Sul fronte della ricerca è stato introdotto un intenso programma di monitoraggi per analizzare gli effetti delle modificazioni climatiche e ambientali sulla biodiversità animale in ambiente alpino. In particolare l’analisi di sei gruppi tassonomici (coleotteri carabidi e stafilinidi, ragni, farfalle, cavallette ed uccelli), individuati come indicatori di modificazioni nell’ecosistema, ha permesso da un lato di integrare le conoscenze faunistiche sul Parco, individuando anche specie mai descritte a livello italiano e dall’altro di fare un vero e proprio check-up dello stato di salute della biodiversità nel parco. La ripetizione nel tempo di queste operazioni consentirà di verificare gli effetti dei cambiamenti in atto e di adottare, qualora possibile, contromisure. Che qualcosa sia cambiato a livello climatico è reso evidente dal progressivo ritiro glaciale: negli ultimi dieci anni i 29 ghiacciai tenuti sotto controllo dai guardaparco nel territorio protetto hanno continuato a sciogliersi, anche dopo stagioni invernali con nevicate copiose, come quella recentissima del 2008-2009. Anche la contrazione del permafrost ha dato luogo a fenomeni impressionanti: nell’estate 2008 il crollo di una roccia di 600 metri cubi sopra il rifugio Vittorio Emanuele è stata seguita dal collasso, protrattosi per tre giorni, di una parete della Punta Patrì, che ha lasciato sul terreno un accumulo di 20.000 metri cubi di detriti. Le aree lasciate libere dall'arretramento dei ghiacciai sono presto occupate da vegetazione pioniera: il monitoraggio in questo caso vuole verificare se a colonizzare queste aree sono le specie tipiche, oppure se anche altre piante sono in grado di vivere in questi habitat. Suggestive formazioni nuvolose nei cieli del Parco Nazionale del Gran Paradiso.Nello stesso periodo in cui i ghiacci arretravano la popolazione della specie simbolo del Parco - lo Stambecco - nell’area protetta si è quasi dimezzata. I capretti non riescono a sopravvivere al loro primo inverno e la mortalità inizia già nel periodo estivo. La popolazione tende ad invecchiare. Il declino numerico è osservato anche in altre popolazioni affermate, come nel Parco nazionale della Vanoise, nella Val di Lanzo ed in Svizzera, mentre non è evidente in popolazioni più recenti, ancora in espansione. Il fenomeno è quindi oggetto di studio in vari paesi dell’arco alpino. Una ricerca svolta nel Gran Paradiso ha evidenziato come la scarsa copertura nevosa e l’aumento delle temperature abbiano determinato l’anticipo nella fioritura delle erbe, che si presentano meno proteiche e più ricche di fibra e quindi meno digeribili ed energetiche, proprio nel periodo dell’allattamento e dello svezzamento. I giovani giungerebbero sottoalimentati e non riescono quindi a superare l’inverno. Non sono da escludere a priori altre cause, come la presenza di particolari patologie che colpirebbero i capretti, ma nessun ricercatore è riuscito finora a dimostrarlo e a portare nuove evidenze. Se gli studi sullo Stambecco rivestono importanti risvolti gestionali in termini di conservazione della specie, le indagini sulla Marmotta alpina si caratterizzano invece per l’attenzione ad aspetti sull’ecologia della specie, che trascorre la stagione estiva ad alimentarsi per accumulare il grasso necessario a superare l’inverno in letargo. Come il tempo dedicato alle precauzioni antipredatorie e sottratto al foraggiamento sia relazionato al grasso accumulato e alla sopravvivenza, è argomento di indagine. Altri studi cercano invece di capire se esistono diverse personalità tra gli individui, se alcuni siano più coraggiosi o timidi e se questi tratti distintivi si trasmettano all’interno delle famiglie. I laghi alpini privi di emissario sarebbero privi di fauna ittica se l’uomo non vi avesse arbitrariamente immesso trote e salmerini. Anche gli specchi d’acqua del parco hanno subito nel passato introduzioni di pesci. Gli effetti della presenza di questi predatori sui delicati ecosistemi lacustri sono stati oggetto di indagini che hanno messo in evidenza la totale scomparsa delle specie autoctone, la Rana temporaria e diversi organismi zooplanctonici, che hanno l’importante compito di ridurre i popolamenti algali e di impedire l’eutrofizzazione delle acque. Il ripristino delle condizioni originarie potrà quindi prevedere l’allontanamento dei nuovi intrusi. Talvolta le attività produttive umane sono significative per la conservazione di talune specie: uno studio svolto sugli effetti delle pratiche pastorali sull’avifauna delle praterie alpine del parco ha da un lato evidenziato come l’avanzamento della vegetazione conseguente all’abbandono determini un significativo aumento della ricchezza di specie ornitiche, ma dall’altro ha sottolineato come l’attività di pascolo sia importante per alcune specie, come l’allodola, che è in forte regresso in tutta Europa. Conservazione, ricerca, sviluppo di attività economiche compatibili sono i capisaldi del lavoro di integrazione tra area protetta e comunità locale che compie importanti passi sotto l’egida del Diploma Europeo delle Aree Protette attribuito all’Ente Parco per l’elevato grado di biodiversità e il buon stato di conservazione degli ecosistemi del Parco, il suo ruolo nella salvezza e lo studio dello Stambecco, la buona integrazione del turismo e delle attività agricole e la sua localizzazione chiave all’interno di un’ampia area transfrontaliera. Un viatico importante ma non certo leggero.
   
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