Grand Paradis
La devozione verso il santo si esprime ancor oggi nella festa in suo onore celebrata il 10 agosto nel santuario posto tra le montagne che dominano l'alta Val Soana, nel Parco del Gran Paradiso, raggiunto in folto pellegrinaggio sia da Campiglia che dalla Valle di Cogne.
SAN BESSO
di NORA DEMARCHI
La statua di San Besso, custodita all’interno dell’omonimo santuario, viene portata in processione compiendo un giro attorno alla grande rupe che vide il suo martirio.San Besso è un nome che chi ha compiuto studi di sociologia religiosa sicuramente conosce. È infatti il titolo di un articolo pubblicato nel 1913 da Robert Hertz, allievo del famoso sociologo Emile Durkheim, ed è grazie a questo testo che la val di Cogne, insieme alla val Soana, è diventata meta di indagini e ricerche. Il primo fra questi fu appunto Hertz che nel 1911 aveva fatto, zaino in spalla, il giro delle Alpi e era rimasto subito affascinato da Cogne, ripromettendosi di ritornarci senza nessuna idea precostruita, semplicemente per la bellezza del paese. Senza che egli l’avesse voluto né cercato, San Besso gli si impose con forza. Per partecipare alla processione bisognava andare a dormire in un granaio, partire ben prima del sole in compagnia di pastori per oltrepassare il colle che unisce Cogne alla val Soana. Dopo una lunga discesa solitaria negli alpeggi perduti, si arrivava quasi improvvisamente nel mezzo di gruppi vestiti a festa, giovani ragazze eleganti, famiglie rumorose e gioiose. A partire da quel giorno iniziò l’inchiesta sulle motivazioni che spingevano i Cogneins ad affrontare ogni anno un percorso così impervio per ritrovarsi tutti ai piedi del monte Besso. Il tema del ritorno, della continuità rituale, lo appassionò e fece allargare le sue ricerche non solo al culto delle rocce e al salto dalla pietra, ma al culto delle sorgenti, alle fontane sante, alle cime sacre dei monti. Lo scoppio della guerra lo portò a combattere e a perdere la vita a Marchéville due anni dopo la pubblicazione del suo articolo. Forse proprio per la prematura scomparsa dell’autore, “Saint Besse, étude d’un culte alpestre” non ebbe grande fortuna e fu presto dimenticato. Alla fine del ‘900 però molti autori ritornarono su questo testo per due principali motivi. Il primo è il fatto che San Besso richiama a sé cinque comunità di montagna e la città di Ivrea. È quindi un luogo che ha suscitato l’interesse di gruppi molto eterogenei che appartengono a contesti sociali, economici e ambientali diversi. Questo fa sì che vi sia un elemento di tensione che permea le relazioni fra i partecipanti alla processione, elemento che non era mai stato registrato dagli studiosi di pellegrinaggi che hanno sempre descritto le comunità di fedeli come un insieme compatto e omogeneo. Il secondo aspetto che ha reso peculiare San Besso è il forte grado di continuità che ha mantenuto nel tempo. A dispetto delle teorie che hanno rilevato un generale indebolimento dell’attività rituale in Europa nel corso degli anni ’50, seguito da una lenta rivitalizzazione dagli anni ’70, San Besso registra una presenza di pellegrini costante nel tempo e una quasi totale assenza di cambiamenti nell’esecuzione del rituale stesso. È con queste premesse che anch’io nell’agosto 2006 ho deciso di partecipare al pellegrinaggio con l’obiettivo di registrare l’effettivo grado di continuità della festa di San Besso rispetto alla descrizione data da Hertz del 1912. Così mi sono ritrovata la mattina del 9 agosto ad arrampicarmi sulle irti pendici del colle dell’Arietta. Fortunatamente per me negli ultimi anni è stato reso possibile compiere una prima parte di tragitto in macchina, lungo le strade poderali che collegano Cogne agli alpeggi più alti, ma fino a qualche anno fa quel tratto di strada veniva percorso a piedi e ci sono ancora persone che preferiscono compiere il tragitto nella maniera “tradizionale”. La marcia ha subito inizio, una lunga fila di persone sfila per questo paesaggio che, data l’altitudine, assume connotati quasi lunari. Dopo la prima ora di cammino ci fermiamo ai piedi di una ripida pietraia che culmina nel colle dell’Arietta, congiungimento fra la Valle d’Aosta e il Piemonte. Questo è il primo dei punti di sosta da cui è intervallata la marcia. Sono sempre gli stessi, anno dopo anno, ed è qui che i pellegrini si riposano e mangiano. La quantità di cibo che viene consumata in ogni sosta è enorme: i miei compagni portano sulle spalle intere forme di fontina, torte di ricotta, bottiglioni di vino, carne secca, affettati, dolci, biscotti... io con i miei miseri panini ho reso noto a tutti che non sapevo proprio come si affronta un pellegrinaggio. Fin da subito i partecipanti più esperti mi offrono ogni tipo di leccornie, come farebbero i migliori padroni di casa, dispensando vino e aneddoti con grandi sorrisi. Mentre sono lì, ad ammirare il paesaggio, noto uno strano movimento nel gruppo dei giovani coscritti: ognuno di loro estrae dallo zaino un tamburo, uno dei tipici tamburi di Cogne, mentre un ragazzo un po' più grande prende addirittura una fisarmonica. Rimango un po' stranita di fronte a questi preparativi, ma un pellegrino viene in mio aiuto e mi spiega: questa processione è frequentata da tutti i coscritti perché san Besso, essendo un legionario, è protettore di tutti i diciottenni, che facendo questa processione scongiurano la paura e l'eventualità di essere chiamati in guerra. Finita l'esibizione si riprende la marcia su per la pietraia, verso il colle dell'Arietta, punto culminante dell’ascensione. Il passo è strettissimo e da entrambi i lati cade a strapiombo sulle rispettive vallate, tant'è che vi è malapena lo spazio per tutti noi pellegrini, che ci accalchiamo uno sopra l'altro, attaccati alla roccia. Per scendere ci aiutiamo attaccandoci tutti a delle catene, perché il sentiero è davvero scosceso e la terra fradicia di pioggia. La discesa dura un’ora, alla fine della quale si arriva a Pian Polenta. Il posto è chiamato così perché un tempo la gente arrivava in questo piano e, non avendo soldi per procurarsi carne secca o pane nero, faceva la polenta, condita con della brossa chiesta negli alpeggi circostanti. Questa è la tappa più lunga, dove si ha tempo di chiacchierare con calma e ascoltare la musica dei giovani coscritti sorseggiando vino. Approfitto delle circostanze per avvicinarmi al gruppo dei veterani e porgere qualche domanda. Le persone con le quali ho parlato si sono mostrate molto disponibili e quasi divertite dalla mia curiosità per le loro storie su san Besso e la processione. La musica finisce, la marcia riprende, ci sono ancora cinque colli da attraversare. Dopo lunghe ore di cammino, salite e discese, finalmente scorgo la piccola cappella. È difficile capire bene la geografia di questo paesaggio, devo compiere un giro intero della roccia per comprendere bene com'è fatto questo luogo. Ed è un luogo davvero suggestivo: ai piedi di questa roccia, sul versante che dà verso la vallata, è accoccolata una chiesa, piccola rispetto all'enormità del masso. Nella parte posteriore della chiesa c’è una piccola stanza riservata ai pellegrini di Cogne: è lì che poso il mio zaino. Di fronte al sagrato si snoda un sentiero che porta fino a un pianoro spazioso, dove i pellegrini provenenti dal Piemonte si installano con le tende e dove anche i Cognein posizionano i calderoni per cucinare la minestra della sera. Improvvisamente le attività cessano e vedo un capannello di gente che si raduna davanti al sagrato: sta iniziano il rosario. Con il buio iniziano ad accendersi i fuochi sui quali si fanno scaldare le pietanze. I tamburi ricominciano a vibrare, cori sparsi si uniscono e la grappa inizia a essere versata. C'è ovunque una atmosfera gioiosa, giovani e meno giovani cantano e ridono insieme, i bambini battono le mani, qualcuno di loro inizia a sbadigliare. Anch'io mi sento stanca, la camminata mi ha distrutto e così, discretamente, scivolo verso il mio giaciglio. L'indomani mi alzo di buona mattina ma c'è qualcuno che è stato più veloce di me e ha già preparato colazione. Arrivo sul pianoro antistante alla chiesa e subito mi viene porta una tazza di caffè bollente e biscotti al cioccolato. I signori anziani sghignazzano vedendo le facce stanche dei più giovani, che hanno fatto notte brava. Finita la messa mi unisco alle persone che lentamente si apprestano a partire: il ritorno sarà lungo, è meglio prendersi per tempo. Così intorno alle undici riprendo la marcia, percorrendo a ritroso il cammino fatto il giorno prima, lasciando con una stretta al cuore questo posto così suggestivo. Anche io, come gli autori che mi hanno preceduto, non sono rimasta immune alla forza e all’imponenza di questo luogo.
   
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