Développement durable
L'onnipresente espressione di "sviluppo sostenibile" attende di essere riempita di significati. Anche nel caso del concetto di "agricoltura sostenibile" siamo in piena fase di apprendistato.
AGRICOLTURA ALPINA
di Emanuele Dupont
Si racconta che i capi degli indiani Irochesi sottoponessero le decisioni da prendere, a vantaggio dell'intera tribù, all'esame di un criterio molto particolare: le decisioni non dovevano essere tali da portare con sé effetti negativi per le sette future generazioni. Ogni assemblea del consiglio tribale (dove sono rappresentati a rotazione le varie famiglie e vi partecipano le donne) iniziava con una formula che impegnava i presenti a prendere decisioni avendo a mente gli effetti desiderati nell'immediato futuro e gli effetti che tali decisioni avrebbero avuto sulle necessità e sulla dignità delle generazioni che avrebbero vissuto 175 anni dopo.
Non sapevano, gli Irochesi, della scoperta del Nuovo Mondo (antichissimo e immutabile, invece, secondo quanto riportava loro la tradizione orale e la loro religione basata sulla memoria dei clan) né di malattie terribili, né di polvere da sparo; non potevano prevedere eventi che, in una generazione, avrebbero spazzato via tutte le loro ponderatissime decisioni.
Sapevano però che era necessario riflettere sulle conseguenze delle proprie scelte anche per i propri figli e per i figli dei loro figli: elementare preoccupazione che dovrebbe occupare la mente di chi mette al mondo dei figli.
Il concetto di "sviluppo sostenibile", introdotto in modo ufficiale nel trattato dell'Unione Europea ad Amsterdam, non poteva certo rifarsi alla formula rituale degli Irochesi. È, infatti, evidente la preponderanza del termine "sviluppo", nella sua accezione di "sviluppo economico", l'aggettivo "sostenibile" è lì per limitarne l'incontrollabilità introducendo almeno due categorie importanti: quella sociale e quella ecologica.
Tutti, ormai, sono d'accordo nel riconoscere che lo sviluppo sostenibile deve trovare il giusto equilibrio tra le tre componenti indicate - economia, società, ambiente -; diversi sono, invece, i pareri circa l'ordine da dare ai tre concetti, alle priorità, quindi ai fondamenti dello sviluppo del concetto di "sostenibilità".
Per la cultura che ci deriva dall'osservare la realtà attraverso le nozioni e le caratteristiche dell'agricoltura e della biologia; per la sensibilità che ci deriva dal dover accompagnare i nostri studenti sul piano umano e scientifico, all'Institut Agricole basiamo la ricerca sul concetto di sviluppo sostenibile considerando come suo fondamento l'ambiente, la natura: la società non può che muoversi e svilupparsi tenuto conto dell'ambiente in cui vive.
[Per chi ha la fede biblica, siamo, e rimaniamo, i custodi del giardino dell'Eden: la terra è la nostra casa, il rispetto dell'ambiente è messaggio e mandato per l'uomo.]
Lo sviluppo sociale ha dunque nella natura il proprio sostegno e il proprio limite. Allo stesso modo l'economia non ha senso se non si basa sulle aspettative e sulle necessità dell'uomo.
Le tre componenti che abbiamo indicato come necessarie per sviluppare la nozione di sviluppo sostenibile - nell'ordine: ambiente, società, economia - ammettono sei diverse combinazioni, basate sulle diverse priorità che ciascuno è portato ad individuare.
Si possono, dunque, sviluppare almeno sei modelli diversi di "sviluppo sostenibile"? Probabilmente sì, e anche molti di più. L'importante è però tenere conto che lo sviluppo economico non può fare a meno di tutto il resto, che l'economia non ha solo logiche proprie, indipendenti dall'ambiente e dalla società. È un primo passo.
L'agricoltura, alla quale ancora oggi si riconosce lo status di settore primario, è profondamente coinvolta nelle riflessioni cui abbiamo accennato; riflessioni che hanno avuto inizio ufficialmente a Cork nel 1996.
Gli standard produttivi dell'agricoltura intensiva consentono sì di produrre a prezzi assurdamente bassi, ma a scapito della qualità, organolettica e nutrizionale, e della sicurezza alimentare.
Il modello di agricoltura figlia della chimica (concimi, pesticidi, ormoni…) dovrebbe secondo molti lasciare il passo alla agricoltura basata sulla biologia: agricoltura biologica per alcuni, utilizzo delle biotecnologie per altri.
Mentre prendono piede i nuovi alimenti, i "novel foods", alimenti derivati da tecnologie avanzate e sempre più distanti dalla pratica agricola, vi è un forte ritorno ai prodotti agricoli tradizionali, avvertiti non solo come alimenti, ma come cultura e saggio utilizzo di ambienti caratteristici.
Le riflessioni sull' "agricoltura sostenibile" occuperanno nei prossimi anni gli economisti e gli agronomi, e speriamo di riuscire ad avere orientamenti scientifici in questo senso abbastanza in fretta per uscire dall'attuale situazione di confusione; le discussioni vengono, infatti, scatenate o da allarmi alimentari o da disastri ecologici; troppo spesso poi vi è la tendenza a imporre la visione delle cose attraverso il buco della serratura delle ideologie.
Dare contenuti e concretezza operativa al concetto stabilito a Cork in senso generale, nel caso specifico e particolare dell' "agricoltura alpina sostenibile" è una sfida importante.
L'Institut Agricole Régional, assieme all'Assessorato all'Agricoltura e a quello competente per l'Ambiente, dovrà lavorare molto in questo senso nel prossimo futuro.
I concetti generali fin qui esposti -ambiente, società, economia- assumono nella montagna alpina connotazioni particolari.
Intanto sappiamo di vivere in un ambiente intrinsecamente molto fragile: l'alluvione di ottobre lo ha ricordato a tutti in modo doloroso.
Viviamo in un ambiente reso ancora più fragile dall'abbandono di molte aree agricole, dall'uso intensivo di quel poco di territorio disponibile per l'insediamento di tante e nuove attività.
Non è il caso qui di discutere dell'abbandono delle aree marginali e difficili, e dell'utilizzo delle superfici più facili per tante attività economiche. Molti se ne stanno occupando.
L'uomo dei secoli scorsi, uomo affamato, toglieva il bosco per farne dei prati; per poter coltivare campi e prati con una resa accettabile portava l'acqua ovunque (non dimentichiamo che la Valle da un punto di vista pluviometrico è classificata come arida), occupava aree che oggi sono invece a disposizione della fauna protetta.
Nella definizione di sviluppo sostenibile non possiamo prescindere dalla storia dell'utilizzo del nostro territorio: utilizzazione, conservazione, recupero, riconversione, abbandono.
[L'uomo di oggi, uomo "più che sazio", pensa che occuparsi di produrre cibo e pulire la casa siano cose del passato.]
"Agricoltura alpina sostenibile", alpina e non genericamente montana perché siamo coscienti di vivere all'interno della Regione europea, le Alpi, che scandisce il Nord dal Mediterraneo; in una Regione in cui il turismo rappresenta la principale risorsa economica, non una montagna marginale, ma una montagna che è il cuore dell'Europa, una montagna "ricca".
Il concetto di agricoltura alpina sostenibile è per ora solo un enunciato, è un percorso di apprendimento che dobbiamo percorrere individuando metodi, parametri, indicatori, indici e soluzioni.
Confessiamo subito, a onore del vero, che non siamo stati i primi a riflettere sui problemi che stiamo esponendo; rileviamo però come dai contatti avuti ci sia una grande attenzione e consapevolezza sui questi temi.
Proprio perché siamo alpini, abbiamo iniziato, assieme agli assessorati regionali interessati, a prendere contatto con le altre regioni alpine allo scopo di creare una rete di conoscenze per lo sviluppo sostenibile delle regioni alpine.
Università, Associazioni agricole, turistiche e commerciali si sono dichiarate già attive in tal senso e pronte al confronto e alla collaborazione.
Il progetto che si sta proponendo tra gli enti coinvolti è pertanto quello di studiare, prima, e di concretizzare, poi, gli strumenti che permettano di affrontare le nuove sfide che la globalizzazione impone, l'ecologia pretende e la nostra cultura mette a disposizione.
È un percorso di apprendimento che deve coinvolgere tutti gli attori.

   
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