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Henintsoa, per un futuro di autosufficienza

Perché andare in uno sperduto villaggio a 700 km dalla capitale del Madagascar?
Cosa spinge un volontario a portarvi conoscenze, medicinali e macchinari?

A partire dal 2004, grazie alla collaborazione fra Assessorato alla Sanità della Regione Autonoma Valle d’Aosta, ASL e Comitato regionale di coordinamento degli interventi di cooperazione per lo sviluppo, è stata data ai medici e al personale dell’ASL Valle d’Aosta l’opportunità di partecipare ad un progetto di collaborazione con l’ospedale di Henintsoa che si trova nel Sud-est del Madagascar in una delle zone più povere del paese.

L’ospedale

L’ospedale è stato costruito per iniziativa di Padre Emilio Cento, gesuita cuneese in Madagascar da circa 56 anni, e di Bruno Montanari, recentemente scomparso, dell’As-
sociazione valdostana di solidarietà e fratellanza con il Madagascar. Il funzionamento della struttura si basa sull’attività delle Suore ospedaliere della Misericordia, guidate da suor Lea, che la dirigono con efficienza.
Ci si è trovati, però, di fronte ad una struttura senza gli operatori necessari per farla funzionare. I medici locali sono pochi e non sono disposti a lavorare in un luogo così distante dalla capitale (circa 700 km), raggiungibile con difficoltà e solo dopo un lungo viaggio su strade spesso impraticabili.
Il governo locale, che inizialmente aveva garantito un aiuto, si è rapidamente defilato. Bisogna, per altro, ricordare che in un raggio di circa 150 km non esistono strutture ospedaliere pubbliche o private che possano garantire interventi chirurgici in elezione o in urgenza oppure un’assistenza pediatrica.

La collaborazione

È nata così la richiesta di collaborazione alla Regione Autonoma Valle d’Aosta che aveva economicamente contribuito alla costruzione dell’ospedale.
Quello che manca ancora più dei soldi, perché si possono fare molte cose anche con pochi soldi se ben gestiti, sono le risorse umane: è più facile per i donatori costruire un ospedale o una scuola piuttosto che fornire o formare il personale.
Siamo alla prima generazione di medici europei e la strada per rendere autonomo l’ospedale è ancora lunga. Tuttavia, è ben chiaro a tutti che, per far continuare quello che miracolosamente è stato fatto, più dell’opera è importante l’educazione.
Il fattore umano è al centro di qualsiasi strategia di sviluppo. Per questo motivo, ogni medico o infermiere che si reca a Henintsoa cerca di trasmettere qualcosa delle proprie conoscenze al personale locale. È stata anche ospitata in Italia (presso l’ospedale Koelliger di Torino) una giovane chirurga otorinolaringoiatra per un periodo di formazione.

L’attività medica

Inizialmente, ci è stata richiesta un’attività di tipo chirurgico, ma l’evoluzione logica che si sta delineando è verso l’assistenza alle donne e ai bambini.
In quella zona, l’arrivo dei medici europei viene annunciato tramite avvisi apposti nei vari consultori della zona e annunci radiofonici.
Ogni mattina, quando al ritorno della luce (e grazie alla riattivazione del generatore da cui tutto dipende) l’ospedale riprende vita dopo la pausa notturna, lo spettacolo che si presenta agli occhi del medico, che ancora sonnolento si avvia alla messa mattutina e alla colazione, è quello di decine di persone che pazientemente attendono davanti all’ambulatorio. Molti hanno percorso notevoli distanze a piedi o in piroga, i più abbienti in taxi brousse; quelli che non possono camminare sono stati trasportati con i mezzi più disparati: carretti e carriole.
Tutti sorridono e mostrano il loro carnet della salute totalmente incomprensibile a noi medici occidentali. Solo grazie alla paziente collaborazione dell’unico medico locale o delle suore che traducono e spiegano è possibile capire qualcosa.
Qui bisogna confrontarsi con malattie a noi totalmente sconosciute e dai nomi minacciosi: bilarziosi, filariosi… Anche le patologie che conosciamo hanno però raggiunto le dimensioni dell’Africa. Le cisti, gli ascessi, le ernie: tutto è enorme!

La cura

L’arrivo dei pazienti dipende spesso dal periodo dell’anno in cui ci troviamo: se si è raccolto e venduto il riso ci sono i soldi per curarsi, altrimenti si aspetta fino a quando la situazione non è ormai precipitata. Il primo passo è, per quasi tutti, il guaritore locale che pratica trattamenti per lo più inefficaci, quando non dannosi. Solo di fronte all’inefficacia di tali trattamenti si corre in ospedale, dove arrivano i casi veramente disperati.
Il destino, quindi, si risolve sovente in una disperata corsa ad ostacoli contro la morte e, spesso, in una sconfitta, più cocente per noi medici occidentali che non per loro, per i quali la morte è intrinsecamente legata alla vita e accettata con una rassegnazione a noi incomprensibile. Anche questo implica l’impegno in Madagascar: confrontarsi con una cultura totalmente diversa dalla nostra e accettarne le inevitabili implicazioni, per noi spesso sconvolgenti.
Bisogna sottolineare che la sanità pubblica praticamente non esiste e comunque non è in grado di fornire cure efficaci o per lo meno adeguate. I farmaci che il governo riceve, spesso, non vengono distribuiti. Tutto è sempre a pagamento: anche i trattamenti a Henintsoa lo sono, ma le rette sono estremamente basse per permettere a tutti di accedere alle cure, e se non si può pagare… pazienza! Padre Cento e Suor Lea possono aspettare!

Si fa come si può

All’arrivo bisogna fare i conti con quello che si ha a disposizione: mancano farmaci, flebo, sangue, strumenti, tutto. Quello che, però, abbiamo imparato in questi anni è che anche in condizioni disagiate si possono fare quasi le stesse cose che si fanno in Italia, cioè tentare di curare i pazienti applicando i metodi della medicina moderna, ottenendo o meno il risultato. Comunque è sempre possibile rispondere alle domande delle persone: l’importante è esserci, non sottrarsi, anche quando non si riesce a risolvere il problema.
La maggior parte dei pazienti sono donne che hanno o hanno avuto problemi in relazione alla gravidanza e al parto. La situazione ostetrico-ginecologica della regione è disastrosa. L’età del primo parto si aggira intorno ai 13-16 anni: sono bambine, non donne, e le conseguenze sono spesso gravi.
L’attivazione dei reparti di maternità e di pediatria ha fortemente aumentato gli accessi all’ospedale; attualmente, le donne della regione cominciano ad arrivare per partorire all’inizio del travaglio e non solo quando la situazione è ormai precipitata. I parti, infatti, sono spesso difficili per le patologie associate (malaria, parassitosi, malnutrizione con la conseguente inadeguatezza strutturale al parto). Le conseguenze sono morti fetali, infezioni gravi, rotture di utero.

Ed ora la pediatria

Il prossimo obiettivo di sviluppo è rappresentato dalla pediatria, vista l’elevata incidenza di malaria, malnutrizione, TBC, parassitosi o di malattie come il Burkitt, molto frequente nella zona.
Le suore fanno opera di educazione alle mamme dal punto di vista dell’igiene (non senza incontrare delle difficoltà) e della nutrizione dei bambini con alimenti locali.
Lo sviluppo della pediatria è stata la logica conseguenza dell’esistenza, a qualche km di distanza, del Preventorio di Ifatzy, sempre gestito dall’ospedale, in cui vengono accolti una quarantina di bambini malnutriti o abbandonati dalle famiglie.
A questi si aggiungono circa 200 bambini ai quali vengono garantiti l’istruzione primaria e un pasto giornaliero (riso, mais, noccioline).
La presenza del preventorio ha influito notevolmente, dal punto di vista culturale, sugli abitanti della zona e ne ha cambiato profondamente molte abitudini igieniche e alimentari.
L’ospedale di Henintsoa è un buon esempio di come si possano dare risposte concrete ai bisogni aderendo strettamente alla realtà che si incontra.

Marinella Ciarlo
Infermiera volontaria in Madagascar

 

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