NEVE
I riti propiziatori e dissacratori del carnevale sono in realtà un modo per ridefinire l'identità di un gruppo sociale.
I CARNEVALI DI MONTAGNA NEL 2002
di Stefania Lusito
Carnevale 2002: le landzette in Piazza Chanoux.Vissuto nell'arco alpino in un periodo variabile tra Natale e l'inizio della Quaresima (inserita nel calendario lunare tra il solstizio d'inverno e l'inizio della primavera), il Carnevale è una festa carica di simbologie collegate al mondo rurale e alla fertilità della terra, tra le più importanti della cultura popolare dell'Europa preindustriale. Il Carnevale è in realtà una grande rappresentazione teatrale in cui protagonisti e spettatori si mescolano e si confondono, in un gioco continuo e imprevisto di inversione di ruoli. I temi della morte - dell'inverno, ma anche dell'inattività contadina - e della rinascita del nuovo ciclo agricolo si intrecciano e si fondono con quelli della sessualità e dell'alimentazione.
Quest'anno il Carnevale ha meritato una particolare attenzione da parte del Bureau Régional pour l'Ethnologie et la Linguistique (BREL) che ha dedicato a questa manifestazione popolare una mostra e un convegno scientifico di rilievo.
Il Carnevale del passato aveva precise funzioni sociali: essendo un tipico rito di inversione, esso aveva il compito di consolidare - dopo averlo simbolicamente distrutto, o per lo meno additato e criticato - l'ordine sociale dominante. La violazione di norme e valori della vita quotidiana ricordava in realtà quali erano le norme che la collettività doveva seguire per conservare la stabilità della rete di legami sociali.
Al disordine del Carnevale - rappresentato dalle trasgressioni nelle sfere sessuali e sociali - segue dunque un ordine rinnovato, nel quale le norme sociali si confermano e rinsaldano. Le paure per il futuro sono esorcizzate collettivamente con l'aiuto di burle e scherzi di ogni genere, ma anche con gesti rituali cui si attribuiscono poteri benefici (come fanno ad esempio le landzette della Valle del Gran San Bernardo quando alzano ripetutamente le code di crine; anche la presenza degli specchietti inseriti negli abiti - che servono a riflettere e quindi a respingere gli spiriti maligni - è interpretata come un gesto propiziatorio).
Il toc e la tocca.Il rito carnascialesco attivava il controllo sociale soprattutto sulle unioni matrimoniali e sulle relazioni illecite (il toc e la tocca sono una coppia di anziani dai comportamenti sessuali ridicoli ed eccessivi). È una valvola di sfogo alle tensioni sociali, poiché prevede svago e divertimento, un periodo di tregua nella quotidiana lotta per la sopravvivenza. Lo spreco e gli eccessi della festa si oppongono al ritmo lavorativo ordinario, alla moderazione di ogni giorno. La festa è anche momento di condivisione e redistribuzione delle risorse della comunità.
Il travestimento inoltre, traccia i confini identitari della comunità attraverso la derisione del diverso (nel Carnevale romano trovano posto gli ebrei, in Polonia compaiono gruppi di gitani, in quello della Valle del Gran San Bernardo una landzetta ha indossato una maschera da negro).
La festa può essere anche occasione di competizione tra i gruppi, ritualizzata in forma di battaglie.
E oggi, quali funzioni sociali conserva ancora il Carnevale all'interno della comunità, quali ha abbandonato e quali si affacciano come nuove?
Non sembrano certo essere consapevoli i richiami al mondo magico-religioso dei riti propiziatori che celebravano l'arrivo della primavera. Non di meno, in un'epoca di sovrabbondanza alimentare rispetto al passato, il rito non segna in modo netto il confine tra eccesso festivo e moderazione quotidiana. Anche le occasioni di divertimento e di ritrovo si sono moltiplicate rispetto al passato e oggi abbiamo addirittura il culto del tempo libero. Per quanto riguarda la funzione di consolidamento delle norme relative alle unioni matrimoniali e sessuali, oggi la pressione della comunità sul singolo individuo non è più così intensa e la tolleranza nasce dalla diffusione delle situazioni che un tempo erano additate.
Eppure il Carnevale si è - contrariamente a quanto si possa pensare - addirittura rivitalizzato.
Negli anni '70 e '80 sono nati in Valle molti Comitati organizzatori del Carnevale e la partecipazione alla festa pare in certi casi aumentata, soprattutto per quanto riguarda la presenza dei giovani e di persone che non vivono più nella zona.
Forse questo apparente paradosso ha una spiegazione in quella che il sociologo Bauman chiama voglia di comunità: il Carnevale, poiché festa comunitaria, olia gli ingranaggi sociali resi arrugginiti dal pendolarismo che spezza le reti sociali, dall'individualismo delle nostre società, dall'incertezza della deregolamentazione collettiva. E il gran parlare dell'identità che si fa ai nostri giorni (dagli anni '60 in campo antropologico, poco più tardi in quello sociologico) forse è proprio il risultato dell'indebolirsi della comunità, un effetto della rivoluzione industriale. Ma non solo. Proprio in un momento storico in cui è sempre più possibile incontrare l'alterità, ritracciare i propri confini identitari diventa pressante, come se crescesse la paura di confondersi, come se ci si sentisse assediati: l'identità - spesso irrigidita - diventa àncora stabile contro l'entropia del mondo esterno. E allora ecco riapparire la festa comunitaria, momento di condivisione, di coinvolgimento collettivo, dove la comune appartenenza viene ribadita, dove la reciprocità e la fiducia vengono in qualche modo ripatteggiate. Forse anche per la voglia di ridisegnare ciascuno per sé, fuori dal quotidiano, un ruolo e un'immagine che ci rendano almeno per qualche giorno protagonisti di questo teatro locale - la Mugnaia, il Conte di Challant, il Console, Napoleone…
   
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