3 - 2010

APICOLTURA

di Livio CARLIN
Ufficio apicoltura
Direzione produzioni vegetali e servizi fitosanitari

LOTTA ALLA VARROASI 2010
CONSIGLI PRATICI PER GLI APICOLTORI

Anche quest’anno molti apicoltori hanno lamentato perdite di alveari. La causa è in primo luogo attribuibile alla varroasi o comunque a fattori correlati: colonie invernate con poche api e/o con presenza di virus e altri patogeni, che hanno causato spopolamenti delle colonie.

A questo va certamente aggiunto anche l’andamento climatico: l’autunno mite ha favorito i saccheggi con conseguente reinfestazione da varroa degli apiari, dopodiché il clima rigido dell’inverno, protrattosi per lungo tempo, ha sfavorito la sopravvivenza di quelle colonie già indebolite dalla varroasi, favorendo invece infezioni di nosema spp in alcuni apiari.

Ciò che emerge è un’elevata percentuale di perdite, che sembrerebbe imputabile principalmente ad una scarsa efficacia dei trattamenti effettuati con prodotti a base di timolo, talvolta unita ad infezioni da nosemiasi. Al momento nessuno è in grado di dire con chiarezza quali siano veramente le cause della sempre più scarsa efficacia riscontrata negli ultimi anni dai sopracitati formulati, ma quel che è certo è che colonie fortemente infestate da varroa non si risanano più a sufficienza con il solo uso di questi prodotti.

In contrapposizione a ciò, gli apicoltori che si sono affidati al metodo “blocco di covata” abbinato a un trattamento con acido ossalico, hanno convalidato il metodo dichiarando soddisfazione per la vigoria delle colonie di api rinvenute alla ripresa primaverile.
Prendendo, pertanto, atto di queste valutazioni e del contesto nazionale, che in buona parte rispecchia quello valdostano, appare controindicato suggerire preparati a base di timolo come unica arma di lotta estiva alla varroa.


L’UFFICIO APICOLTURA CONSIGLIA, PER L’ANNO 2010, I SEGUENTI METODI DI LOTTA ALLA VARROASI:
  • Trattamento tampone estivo: tecnica del blocco di covata con l’ingabbiamento della regina e successivo trattamento in assenza di covata con acido ossalico;
     
  • Trattamento autunno/invernale: acido ossalico in assenza di covata.
In alternativa al metodo blocco della covata, come trattamento tampone estivo è possibile scegliere di affidarsi alla specialità medico-veterinaria APIVAR“, strisce in polimero plastico contenenti il principio attivo Amitraz, da posizionare all’interno dell’alveare secondo le indicazioni della casa produttrice (NON AMMESSO IN APICOLTURA BIOLOGICA).

Consigliando la tecnica del blocco di covata, si chiede agli apicoltori valdostani un ulteriore impegno nella gestione dei propri alveari, in quanto anche coloro che hanno scarsa dimestichezza con “l’organismo alveare” si troveranno nella necessità di maneggiare le api regine e a dover rispettare scrupolosamente le tempistiche di intervento, che vanno in simbiosi con la biologia dell’alveare e dell’acaro varroa. Con questo articolo cercheremo di descrivere dettagliatamente il modo di operare.

Per qualunque chiarimento al riguardo l'Ufficio apicoltura resta a disposizione degli interessati:
telefono 0165.275297/98,
e-mail l.carlin@regione.vda.it
oppure c.gerbelle@regione.vda.iT

 
BLOCCO DI COVATA, METODICA E MATERIALE NECESSARIO

Il metodo consiste nel creare un blocco della covata confinando l’ape regina all’interno di un’apposita gabbietta fissata su un favo centrale dell’alveare; grazie a questo intervento, dopo 24 giorni dall’ingabbiamento tutta la covata sarà sfarfallata portando così allo scoperto anche tutte le varroe presenti. Si dovrà, quindi, effettuare un trattamento con acido ossalico, che abbatterà una buona percentuale delle varroe. Per ottenere tale condizione è sufficiente mantenere ingabbiata la regina per 19 giorni, in quanto la covata non risulta atta a ricevere varroe sino all’approssimarsi dell’opercolatura. Se si è optato per una gabbietta compresa di favetto interno, (foto 1) è conveniente e più agevole immetterla nell’alveare già a inizio primavera (aprile/maggio) posizionandola su un telaio nuovo con foglio cereo; ugualmente è possibile, anche se più macchinoso, ritagliare una porzione di favo da un telaio già costruito ed inserire la gabbietta nello spazio ricavato (foto 2). Le gabbiette devono rimanere chiuse già dall’introduzione all’interno dell’alveare, in quanto le api hanno comunque libero accesso attraverso l’“escludiregina”; diversamente, si rischia che vengano costruiti favetti interni che fuoriescono dalle gabbiette, creando difficoltà al momento dell’ingabbiamento delle regine. Non deve invece destare preoccupazione se, al momento dell’ingabbiamento, il favetto interno alla gabbia risulta occupato dal miele, in quanto con l’introduzione della regina le api dislocheranno altrove il miele per permetterle di deporre.
 




Foto 1




Foto 2



 






 
TEMPISTICA
  • Le regine devono essere ingabbiate entro il 15-20 luglio (con regine marchiate si impiegano mediamente 10 minuti per alveare), dopodiché il favo con la regina ingabbiata va posizionato al centro del nido;
  • dopo 19 giorni si provvede a liberare le regine, semplicemente aprendo leggermente la gabbietta o togliendo il tappo a seconda del modello utilizzato;
  • dopo 24 giorni si procede ad effettuare il trattamento con acido ossalico gocciolato, soluzione 10/100/100 – 5 ml per favo/api. Allo stesso tempo è doveroso controllare l’avvenuta ripresa della deposizione delle regine. Nel caso di gabbiette provviste di favo interno, prima di effettuare il trattamento vanno asportati tutti i favetti contenenti covata, avendo cura di lasciare un “abbozzo” di cera che servirà alle api come appiglio per ricostruire un nuovo favo l’anno successivo;
  • dopo la liberazione delle regine è importante nutrire alcune volte le colonie, in modo da stimolare un’abbondante deposizione di covata.
     
DIFFICOLTÀ RISCONTRABILI

In funzione delle gabbiette che si utilizzano si possono riscontrare orfanità e/o non riaccettazione delle regine in percentuali che variano dal 3 al 25%; operando con regine “vecchie” (più di 2 anni di età) le perdite possono risultare anche superiori.
Considerando tutte le varie tipologie di gabbiette, è stato appurato che si hanno minori perdite utilizzando gabbiette “grandi” (foto 3), in quanto la regina può spostarsi nell’alveare in funzione delle temperature e, anche se in maniera ridotta, può continuare l’attività di ovodeposizione assicurando così anche un’immediata ripresa della covata dopo la liberazione.
 















Foto 3

Alle colonie orfane risulta difficoltoso far accettare nuove regine. In questo caso è consigliabile l’inserimento di celle reali pronte allo sfarfallamento, mentre, se si vuole tentare di introdurre direttamente una nuova regina feconda, si consiglia di immettere preventivamente alcuni favi con covata prelevati da un’altra colonia: dopo alcuni giorni, previa eliminazione di eventuali celle reali allevate, si potrà introdurre la gabbietta contenente la nuova regina e… sperare in una buona riuscita.

 








ALTRE OSSERVAZIONI

Si ingabbia con i melari ancora posizionati, quindi è indispensabile l’utilizzo dell’escludiregina. È bene che le regine siano marchiate, altrimenti si perde più tempo a cercarle. I meno esperti, che non hanno dimestichezza nel maneggiare le regine, possono procurarsi un'apposita “pinzetta” atta alla cattura e rilascio delle stesse (foto 4).




Foto 4


Le condizioni climatiche e il saccheggio in alcune postazioni possono essere un problema: per questo motivo in collocazioni particolarmente scarse di raccolto è importante ingabbiare le regine finché vi è una significativa importazione di nettare. Contrariamente, in un contesto di forte importazione di nettare si può verificare l’intasamento del nido: condizione improbabile in Valle, verosimile invece in territorio piemontese dove solitamente a fine luglio alcuni apicoltori valdostani trasferiscono i propri alveari per il raccolto di melata prodotta da Metcalfa pruinosa.
Il metodo “blocco di covata” funziona efficacemente solo se l’infestazione da varroa non è già oltre la soglia. Diversamente le colonie non sono più in grado di fornire un’adeguata popolazione di api per superare l’inverno, tuttavia questo è un problema riscontrabile con qualsiasi altro tipo di trattamento conosciuto e autorizzato.
 

 
APIVAR“, METODO ALTERNATIVO AL BLOCCO DI COVATA

L’intervento prevede l’inserimento, all’interno degli alveari, di due strisce di materiale plastico che indicativamente vanno collocate negli spazi compresi fra terzo e quarto e fra settimo e ottavo favo; nel caso di nuclei inferiori ai 6 favi la dose va dimezzata (una striscia per colonia). Il formulato, con potere acaricida, consente una cessione lenta e programmata nel tempo di micro quantità di principio attivo (p.a. Amitraz) che viene ripartito nell’alveare dalle api che vengono a contatto con le strisce. Di conseguenza, affinché il trattamento sia efficace le strisce vanno posizionate in modo che rimangano sempre a contatto con le api (permanenza delle strisce nell’alveare dalle 6 alle 8 settimane).

Il fatto che l’Apivar“ rilasci il proprio principio attivo con lentezza risulta vantaggioso in quanto assicura una protezione contro eventuali reinfestazioni per lungo tempo. In colonie fortemente infestate può, però, risultare inefficiente: in tal caso, si consiglia di effettuare contemporaneamente all’Apivar“ uno o più trattamenti con acido ossalico (ad esempio, un trattamento all’inserimento delle strisce e, se necessario, un altro dopo circa 25 giorni). L’Apivar“ è un prodotto di sintesi che può rilasciare residui nell’alveare, pertanto non è ammesso in apicoltura biologica. Nel maggio del 2009 è entrato in vigore il Decreto Ministeriale del 29 aprile 2009, n. 53, recante “Modificazioni del regime di dispensazione di alcuni medicinali veterinari” e a seguito di tale provvedimento il formulato acaricida Apivar“, finora commercializzato liberamente, è stato riclassificato come specialità medico-veterinaria, quindi sottoposto all’obbligo di ricettazione in copia unica non ripetibile, la cui vendita è ora riservata alle sole farmacie. Pertanto, chi intende utilizzare tale prodotto è tenuto ad organizzarsi per tempo, sia in relazione alla ricetta veterinaria sia all’eventuale prenotazione del prodotto presso le farmacie.

 
ACIDO OSSALICO IN FORMA SUBLIMATA
In ragione delle difficoltà operative e della pericolosità per l’operatore, la somministrazione di acido ossalico per sublimazione è sconsigliata. Tuttavia, anche se sono relativamente pochi gli apicoltori che utilizzano la sublimazione di acido ossalico come trattamento tampone estivo, impiegando apparecchi di testata validità, trattando ogni 3 giorni per almeno 6 volte consecutive (praticamente coprendo un intero ciclo di covata) e utilizzando dispositivi di protezione adeguati, si possono ottenere risultati soddisfacenti.

In relazione al trattamento autunno/invernale si sottolinea l’importanza di operare in totale assenza di covata: condizione essenziale per raggiungere un’adeguata efficacia acaricida (>90%) in quanto l’acido ossalico agisce esclusivamente sulle varroe in fase foretica, non produce invece alcun effetto sugli acari protetti dall’opercolo all’interno delle celle di covata.

Da ultimo si rammenta che qualunque tipo di trattamento acaricida va effettuato in assenza dei melari e che in osservanza dell’Ordinanza del Presidente della Regione 10 maggio 2010, n. 140 “Norme per la profilassi della varroasi e delle altre malattie delle api in Valle d’Aosta” è obbligatoria in tutti gli apiari della Regione l’esecuzione dei trattamenti contro la varroasi, nonché la registrazione di tutti i trattamenti effettuati sull’apposito registro dei trattamenti farmacologici.



Al centro l'ape regina marchiata con il colore verde 2009

 
In conclusione, allevare api richiede sempre più conoscenze tecniche e capacità operative, senza dubbio una conduzione degli alveari approssimativa non è più possibile. Tuttavia, il comparto apistico/agricolo sta avanzando con passi da gigante, abbandonando “la chimica” e affidandosi a tecniche biomeccaniche che indubbiamente richiedono maggiore professionalità, ma che forse, salveranno l’ape e l’ambiente dallo sfacelo.


ACIDO OSSALICO - ATTENZIONE

Durante la stesura di questo articolo è stato emesso un comunicato da parte del Ministero della Salute, il quale sostanzialmente vieta l’utilizzo dell’acido ossalico in apicoltura in quanto privo di regolare autorizzazione all’immissione in commercio per uso apicolo. A tale riguardo, gli Istituti di Ricerca, le Associazioni Apistiche Nazionali e la Federazione Nazionale Ordine dei Veterinari stanno lavorando per giungere a un’autorizzazione d’uso in deroga nonché a una prossima registrazione di una nuova specialità veterinaria a base di acido ossalico contenente indicazioni specifiche per il trattamento della varroasi. Nell’ottica di salvaguardare l’intero patrimonio apistico nazionale, auspichiamo che una soluzione giunga in breve tempo.
Il Servizio Veterinario, in accordo con l'Assessorato, emetterà un comunicato riguardante i trattamenti da effettuarsi nella lotta alla varroasi per l’anno corrente non appena la questione riguardante l'utilizzo dell'acido ossalico sarà chiarita. Qualora l’utilizzo dell’acido ossalico risulti ancora illecito, sarà cura dell’Ufficio apicoltura e dei Servizi Veterinari cercare un eventuale prodotto alternativo, anche se ciò risulterebbe alquanto arduo. 

 
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