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Selvicoltura

LA SELVICOLTURA

Questo termine sta diventando sempre più attuale e lo si ritrova non solo quando si parla di utilizzazioni forestali volte unicamente alla produzione di legname, ma in tutti i variegati ambiti nei quali la foresta svolge le proprie importanti funzioni (protezione, paesaggio, salubrità)

di Corrado Letey
(Direzione foreste - Ufficio selvicoltura)
La definizione del termine selvicoltura è possibile ricavarla esaminando separatamente le due voci che compongono questa parola. Selva, dal latino silva, che indica una formazione di alberi abbastanza densa ed estesa e coltura, che indica un complesso di tecniche relative allo sfruttamento di una risorsa naturale, in questo caso la foresta, con tecniche che agiscono su diverse componenti del bosco e si prefiggono determinati obiettivi.

Al giorno d’oggi la selvicoltura viene definita come “la scienza della coltivazione del bosco”, assumendo un carattere prettamente tecnico, frutto delle conoscenze scientifiche e di specifiche sperimentazioni.
Un tempo era considerata “l’arte di coltivare, conservare e sfruttare razionalmente i boschi”, in quanto faceva più ricorso all’intuizione empirica.
Si ritiene comunque che sia necessario raggruppare questi due modi di concepire la selvicoltura, attingendo le cognizioni necessarie dalle conoscenze ed esperienze legate a ciascuna interpretazione, al fine di avvicinarsi con un maggior bagaglio di informazioni e quindi maggiore sicurezza, all’utilizzazione della foresta. A questo proposito pare più calzante quanto ha definito la Terminologia forestale, nel 1980, a proposito del termine selvicoltura: “la scienza e la pratica di coltivare i boschi, applicando i principi dell’ecologia forestale all’impianto, alla rinnovazione e a razionali interventi, per condizionare la struttura, la composizione di specie, ecc., dei popolamenti forestali”.

Prima di introdurre gli aspetti della gestione selvicolturale, è bene fare alcune considerazioni sull’ecosistema foresta e sul suo grado di antropizzazione.




Valutazione di un popolamento forestale



Gli alberi sono gli organismi più appariscenti di questo ecosistema, ma non gli unici.
La vegetazione arbustiva ed erbacea, nonché le varie componenti del mondo animale, svolgono un ruolo fondamentale nella vita e nell’equilibrio di questo complesso organismo e diventa intuitivo pensare che un ecosistema è tanto più ricco e complesso, quanto più sono rappresentate in modo equilibrato le sue varie componenti.

Una foresta molto variegata, per la presenza di numerose specie animali e vegetali, ha di conseguenza una maggiore capacità di resistere ad influssi negativi provenienti dall'esterno (attacchi parassitari, intemperie), potendo reagire meglio, più efficacemente e più rapidamente ai fattori di alterazione.

Essa tenderà quindi a raggiungere uno stato di equilibrio dinamico, in cui è esaltata al massimo la sua capacità di omeostasi, cioè la produzione necessaria alla propria esistenza. Ciò vuol dire che, raggiunto l’equilibrio, la produzione di sostanza organica è completamente riutilizzata all’interno dell’ecosistema.

L’uomo però, fattore ecologico di prima grandezza capace di modificare prepotentemente, sia nel bene che nel male, ogni ecosistema naturale, ha sempre utilizzato la foresta come riparo, per la caccia, per la raccolta di frutti e semi per la sua alimentazione e quella degli animali ma, soprattutto, per l’utilizzazione del legname.




Antica ceppaia, segno di passate utilizzazioni


Purtroppo, a causa di criteri utilitaristici o commerciali, oppure solo per ottusità, l’uomo è sovente intervenuto nella foresta, anche in tempi recenti, con poca sensibilità e scarse conoscenze specifiche.
I risultati di tali pratiche si sono tradotti in un impoverimento in quantità e qualità di gran parte delle foreste del nostro continente, Valle d’Aosta compresa.

In numerosi casi sono stati disboscati completamente dei versanti interi, provocando l’arretramento, come minimo, di qualche secolo dell’evoluzione naturale dei popolamenti e, in molti casi, la desertificazione o l’abbassamento del limite della foresta.

In certe situazioni, l’intento di gestire la foresta come una qualsiasi coltura agronomica, non è ancora superato; basta osservare gli estesi boschi coetanei e monospecifici dell’Europa centrale e orientale e di qualche zona delle Alpi centro Orientali, dove si continua a produrre in maniera sostenuta.

Un metodo di conduzione di questo tipo richiede per contro un forte apporto energetico dall’esterno, in quanto devono essere sostituiti o integrati molti dei meccanismi di autodifesa e autoregolazione, che solo il bosco naturale possiede.

Estremizzando, si potrebbe invece optare per una foresta al massimo grado naturale, che si perpetui senza essere in alcun modo utilizzata, essendo però disposti e prevenuti sui rischi che tale tipo di gestione comporta (probabilità di crolli su vaste superfici con possibile innesco di frane e valanghe, eccesso di piante e legno morto che aumenta il carico di combustione in caso d’incendio).

Situazioni così contrastanti e nette hanno limitato significato nella realtà valdostana, ove tutti i boschi, benchè con grado diverso, sono antropizzati.
Pensare, come alcuni sostengono, di lasciare il bosco e la natura a se stessi è una maniera ingannevole di non considerare le attuali realtà boschive, rifiutando di considerare che, se si dovesse arrivare ad una locale iperprotezione, altre foreste della Terra verrebbero ancor più saccheggiate di quanto già si faccia attualmente.

Calcoliamo inoltre i pericoli derivanti dagli incendi, dai focolai di infestazione parassitaria o dalla mancanza di rigenerazione di foreste a preminente funzione protettiva, che si manifestano in aree integralmente protette. Se le lasciamo evolvere naturalmente, mettiamo a repentaglio le altre zone boscate limitrofe, le strade, i villaggi e altre opere.




Lavorazione dei tronchi negli anni ’20 del 1900


Viene da sé che, se si vuole beneficiare delle molteplici funzioni che assolve la foresta in ambiente antropizzato, si deve intervenire puntualmente ogni qualvolta si riscontrano degli scompensi negli equilibri biologici e meccanici del popolamento, proprio per prevenire possibili situazioni irreversibili di degrado, che metterebbero a repentaglio la stabilità di interi versanti e l’incolumità di persone e cose (consideriamo comunque che oltre un terzo delle nostre foreste è tuttora destinato ad evoluzione naturale controllata per motivi di carattere ecologico, orografico ed economico).

Ed è proprio per questi motivi che si deve cercare una mediazione tra le posizioni estreme sopra elencate; questa mediazione esiste ed è chiamata “Selvicoltura naturalistica”.
La selvicoltura naturalistica si propone di “copiare” quanto avviene in natura e cerca di avvicinare le foreste attuali alla situazione naturale, beneficiando così delle sue positive caratteristiche, utilizzando, ove possibile, l’accrescimento del bosco ed evitando quindi che lo stesso sia completamente riciclato all’interno dell’ecosistema, come di fatto avviene nei boschi naturali.




Morìa di alberi in seguito ad attacco parassitario


Nella situazione attuale delle foreste valdostane, perseguendo i principi della selvicoltura naturalistica, da circa 30 anni si mira ad una capitalizzazione quantitativa e qualitativa del patrimonio forestale impoverito da secoli di sfruttamento.

Grazie allo sforzo profuso dall’Amministrazione regionale, la Direzione foreste, con i propri Istruttori di selvicoltura e le squadre di boscaioli specializzati che operano in ogni giurisdizione forestale, effettua degli interventi mirati a valorizzare le piante d’avvenire, o le più forti se si interviene in zone di protezione, e le specie più adatte alla “stazione”, nonché a favorire la rinnovazione naturale, evitando in molti casi il prelievo dell’intero incremento legnoso. Tutti gli interventi effettuati nella proprietà pubblica (Comuni e Consorterie) sono prescritti da appositi Piani di assestamento forestale (“Piani economici” ai sensi del RD 3012.1923, n. 3.267), che vengono revisionati periodicamente.

In altre situazioni, soprattutto nella proprietà privata, non si interviene, addirittura da diversi decenni, per motivi legati soprattutto all’alto tenore della vita, al basso valore degli assortimenti attualmente ritraibili e alla mancanza di personale qualificato per l’effettuazione degli interventi.




Popolamento “modellato” dalla selvicoltura
naturalistica


Il forte aumento di gasolio e gas ed alcune mirate norme per favorire ed incrementare la selvicoltura nella nostra regione (riconducibili al Piano di Sviluppo Rurale), stanno pian piano provocando un’inversione di tendenza e si sta assistendo ad un graduale ritorno alla gestione e all’utilizzazione dei boschi abbandonati, sotto il controllo tecnico del Corpo Forestale della Valle d’Aosta.

Una foresta sana, forte e ben strutturata, oltre ad assolvere le importanti funzioni protettive, igienico-sanitarie e produttive, si rivela un ideale habitat per animali, funghi, flora e fauna inferiori e una formidabile fonte di richiamo turistico, assolutamente da non sottovalutare in una regione a forte connotazione turistica, qual’è la Valle d’Aosta.
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