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Rifiuti nel paesaggio: un problema non solo estetico che può essere risolto riducendo la quantità di materiale da avviare a discarica.
IL PAESAGGIO DEI RIFIUTI
di Cristina De La Pierre
COSTRUIRE IL PAESAGGIO CON I RIFIUTI
Le transport des "tani" à Cogne.Sembra un controsenso, ma in realtà è inevitabile.
Anche la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti come tante altre attività che si insediano nel territorio incidono sull'ambiente e di conseguenza sull'evoluzione della struttura del paesaggio. Un errato trattamento dei rifiuti potrebbe per esempio causare l'inquinamento di un corso d'acqua e la conseguente morte della vegetazione lungo le sponde. Anziché veder scorrere un'acqua limpida tra due file di alberi potrebbe comparire alla vista una lenta discesa di schiuma biancastra tra due rive sporche dall'aspetto malaticcio.
Ma senza addentrarsi sulla rappresentazione degli ecosistemi che il paesaggio ci racconta, la quantità di rifiuti prodotta è diventata talmente ingombrante che difficilmente può essere nascosta. L'istinto è sempre stato infatti quello di cercare luoghi poco visibili o infelici dove accumulare ciò che non serve. Una discarica non è certo uno spettacolo gradevole, per cui vengono scelte in via prioritaria quelle parti di territorio considerate "terra di nessuno"; ogni avvallamento viene visto come un buco da riempire. Ma non sempre questa scelta si è rivelata la più felice dal punto di vista ambientale e in fin dei conti i buchi non sono infiniti.
A est di Aosta, in mezzo alla piana alluvionale, sta sorgendo una collina. Se la si guarda dall'alto, si percepisce subito la sua estraneità rispetto al paesaggio circostante.
Non è una rupe come Bard, che il ghiacciaio non ha potuto intaccare e a cui ha dovuto fare il giro attorno, e non è nemmeno un residuo morenico come la Côte de Gargantua o quella di Ventoux : è un oggetto, una costruzione geometrica, quasi una scultura, posata dove lo spazio lo consentiva, che si abbina alle altrettanto geometriche spire degli svincoli stradali che le girano attorno. Non è un giudizio sulla bellezza o bruttezza della "collina" che si vuole ricavare, ma piuttosto ci si chiede se essa abbia una forma finale da raggiungere, fino a quando crescerà, se è diventata un punto di riferimento nel paesaggio, quali interferenze gioca nelle visuali tra adret e envers, se un giorno sparirà o se questo "ziggurat" diventerà un simbolo della nostra civiltà.
Facendo un salto di scala, un altro elemento che si evidenzia nel paesaggio è quello "stoccaggio provvisorio" dei rifiuti che ci coinvolge più direttamente perché è lì che buttiamo l'immondizia di casa: i cassonetti.
Sono diventati indispensabili; la raccolta differenziata, anch'essa necessaria, li ha moltiplicati in forme e colori differenti; dobbiamo metterli vicino ma non troppo ai luoghi dove abitiamo, dove viviamo; ci vuole un po' di spazio intorno perché i macchinari che li svuotano riescano a fare le opportune manovre. In definitiva spesso il luogo che risponde a tutti questi requisiti è la strada o il piazzale all'ingresso del villaggio. Coscienti del fatto che i cassonetti non sono un bel biglietto da visita con cui accogliere chi giunge alle nostre case, abbiamo tentato di mascherarli ricoverandoli in casette o in nicchie: ma non sempre gli spazi a disposizione lo consentono, e in alcuni casi otteniamo l'effetto contrario di evidenziarne e monumentalizzarne la presenza.
Una cosa è certa: il problema dei rifiuti, pur avendo un forte impatto sul paesaggio, non può essere risolto a livello estetico, ma richiede di essere affrontato dalla radice, con la drastica diminuzione del materiale da avviare a discarica.





LE FUMIER : UN TRESOR OU UN DECHET ?
Faire l'éloge du fumier peut sembler une gageure aujourd'hui puisqu'il est considéré par la plus part des gens, par les citadins surtout, de façon très péjorative : comme de la "merde". Pourtant son rôle a été tellement important pour les montagnards des siècles passés qu'ils ont conçu un dicton bien plus évocateur que de longue théories agronomiques. Si les voleurs connaissaient la valeur du fumier, ils ne voleraient que du fumier !
Toute l'économie agro-pastorale se basait autrefois sur un équilibre entre agricolture et élévage qui passait par l'utilisation de cet angrais organique précieux sans le quel la production de l'herbe, de grains et de légume aurait été compromise.
Pour augmenter son volume, lea Valdôtains ajoutaient au lisier de la paille. Celle-ci servait de litière au bétail en hiver. A' défaut de paille, en automne, on récoltait dans les bois la couche d'aiguilles sèches d'épicéas ou de mélèzes et même les fourmilières. Les Cogneins appelaient ce complement lou beurtèn. Comme l'épendage du fumier demandait beaucoup d'efforts, au sortir de l'étable, on lui donnait la forme arrondie de grosses meules : le tannì. Lorsque ces formes étaient gelées de deux côtés, elle étaient faciles à déplacer et à transporter sur des luges jusqu'aux terres plus éloignées. Sous l'Ancien Régime, les archives notariles montrent à quel point l'usage du fumier était indispensable pour la survie. Les testaments et les contrats de marriage le citent très souvent. Ainsi lors de la repartition de ses biens, un père veillait toujours à ce que ses filles mariées possèdent quelques terrains et un logement. Il leur attribuait une petite étable, une chamber à coucher et une chamber à provisions, un lit à l'étable familial en hiver, le froit de faire feu à la cuisine et, devant la maison, une palce où deposer le fumier. Les veuves qui cédaient leur patrimoine à la famille se réservaient la possibilitè de travailler pendant leurs vieux jours un champ et un courtil, mais les acquéreurs avaient l'obligation d'y deposer chaque année deux charges de fumier pour engraisser la terre.
Au Moyen-Age, en outre, il arrivait que le seigneur inféode séparément la gestion du fumier de celle des pâturages d'altitude, c'est-à-dire des alpages. Les reconnaissences des Seigneurs de Quart montrent qu'en 1499 les habitants d'Oyace, qui détenaient l'usage du fumier produit à la montagne de Vessonaz en été, versaient cinq sous par an pour ce droit perpetuel. Aurait-on pu imaginer alors le gaspillage actuel ?

par Claudine Remacle
 


   
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